Shadows and Symbols
Si fa un gran parlare di simboli religiosi, ultimamente, in Italia. Un giudice avrebbe decretato la rimozione dei crocefissi dalle aule della scuola di un paese nell’aquilano; scuola frequentata dai figli di Adel Smith, presidente dell’Unione Musulmani d’Italia. Ne parla velocemente il Sofri (sono indeciso se passare al più intimistico “Luca” come ogni blogger in cerca di riferimenti che si rispetti), ma se ne parla anche qui, qui e qui.
Personalmente, trovo decisamente fuori luogo gli anatemi dei cattolici: nella ultranazionalistica Francia non ci sono simboli religiosi nelle aule delle scuole pubbliche, eppure non mi sembra che la società civile francese stia andando in rovina… “Ma quelli sono francesi, hanno fatto la Rivoluzione, sono anticlericali per vocazione”, già sento ribattere.
Non sono, però, d’accordo con quanto dice Sofri: il crocifisso non è un’italica abitudine, qualcosa a cui siamo così abituati che, in fondo, non ci sono motivazioni per non lasciarlo lì dov’è. Il simbolo della religione cattolica è stato un compromesso ai tempi del fascismo per ingraziarsi la Chiesa; ben lungi dall’aver mercanteggiato a poco prezzo, la curia sapeva benissimo che, piazzando il proprio distintivo di riconoscimento, ci sarebbe stato un bel messaggio subliminale per raccattare proseliti al mercato delle anime; la curia sa, anche, che la concorrenza in questo mercato si è fatta ancora più aspra, e la lotta per accaparrarsi le nuove generazioni è senza quartiere. Quindi, anche una cosa che può apparire banale come il crocifisso in aula è una pedina nello scacchiere del bazaar delle anime. Una cosa che mi ha irritato profondamente, però, è la frase riportata dall’Osservatore Romano, in prima pagina, di Giovanni Paolo II, secondo la quale la chiesa cattolica “farà di tutto per mantenere il crocifisso dove sta”. Ora, non vorrei dire, ma hanno già le loro riserve di caccia. Se un simbolo religioso deve stare in un’aula di una scuola pubblica non è certo il Vaticano a doverlo dire.
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Da ateo, personalmente, non me ne cale: una buffa figurina appesa ad un pezzo di legno non mi ha mai dato molti problemi (anche se potrebbe risultare poco adatta ai bambini facilmente impressionabili; consiglio alla chiesa cattolica l’adozione del Gesù Compagnone, come in Dogma di Kevin Smith). Posso, però, comprendere che chi ha un credo non voglia vederlo: poiché quasi tutte le religioni, pur essendo sovrapponibili per un buon 95%, sono assolutamente antitetiche le une con le altre (il che dimostrerebbe che la religione, in realtà , sarebbe una psicopatologia, ma non voglio divagare), avere sotto gli occhi tutti i giorni un simbolo di un’altra religione potrebbe essere quantomento irritante. Sarebbe come se un interista avesse tutti i giorni la maglietta di Pippo Inzaghi di fronte. Ergo, se anche non vi fossero motivazioni impellenti per non lasciare un crocifisso lì dove sta, ci possono essere ragioni per toglierlo. Non ultima la seguente: ammettiamo che si lasci il crocifisso perché simbolo di uno stile di vita e di una tradizione, più che di una religione. A questo punto, sarebbe ammissibile che una bambina portasse il burqa in aula: è uno stile di vita, è una tradizione, che ci sarebbe di male?
Quanto all’editoriale di Ferrara sul Foglio, riportato sempre da Luca Sofri, devo fare un piccolo appunto. La dicitura “One Nation Under God” nel Pledge of Allegiance recitato nelle scuole degli States non è stata certo opera dei padri fondatori: quelli erano figli dell’Illuminismo. La frase fu aggiunta negli anni ‘50, all’epoca del maccartismo, per differenziare gli Stati Uniti dall’atea e anticlericale Unione Sovietica.