On the other side of the screen, it all looks so easy

Archive for October, 2003

Shadows and Symbols

Si fa un gran parlare di simboli religiosi, ultimamente, in Italia. Un giudice avrebbe decretato la rimozione dei crocefissi dalle aule della scuola di un paese nell’aquilano; scuola frequentata dai figli di Adel Smith, presidente dell’Unione Musulmani d’Italia. Ne parla velocemente il Sofri (sono indeciso se passare al più intimistico “Luca” come ogni blogger in cerca di riferimenti che si rispetti), ma se ne parla anche qui, qui e qui.

Personalmente, trovo decisamente fuori luogo gli anatemi dei cattolici: nella ultranazionalistica Francia non ci sono simboli religiosi nelle aule delle scuole pubbliche, eppure non mi sembra che la società civile francese stia andando in rovina… “Ma quelli sono francesi, hanno fatto la Rivoluzione, sono anticlericali per vocazione”, già sento ribattere.

Non sono, però, d’accordo con quanto dice Sofri: il crocifisso non è un’italica abitudine, qualcosa a cui siamo così abituati che, in fondo, non ci sono motivazioni per non lasciarlo lì dov’è. Il simbolo della religione cattolica è stato un compromesso ai tempi del fascismo per ingraziarsi la Chiesa; ben lungi dall’aver mercanteggiato a poco prezzo, la curia sapeva benissimo che, piazzando il proprio distintivo di riconoscimento, ci sarebbe stato un bel messaggio subliminale per raccattare proseliti al mercato delle anime; la curia sa, anche, che la concorrenza in questo mercato si è fatta ancora più aspra, e la lotta per accaparrarsi le nuove generazioni è senza quartiere. Quindi, anche una cosa che può apparire banale come il crocifisso in aula è una pedina nello scacchiere del bazaar delle anime. Una cosa che mi ha irritato profondamente, però, è la frase riportata dall’Osservatore Romano, in prima pagina, di Giovanni Paolo II, secondo la quale la chiesa cattolica “farà di tutto per mantenere il crocifisso dove sta”. Ora, non vorrei dire, ma hanno già le loro riserve di caccia. Se un simbolo religioso deve stare in un’aula di una scuola pubblica non è certo il Vaticano a doverlo dire.

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Da ateo, personalmente, non me ne cale: una buffa figurina appesa ad un pezzo di legno non mi ha mai dato molti problemi (anche se potrebbe risultare poco adatta ai bambini facilmente impressionabili; consiglio alla chiesa cattolica l’adozione del Gesù Compagnone, come in Dogma di Kevin Smith). Posso, però, comprendere che chi ha un credo non voglia vederlo: poiché quasi tutte le religioni, pur essendo sovrapponibili per un buon 95%, sono assolutamente antitetiche le une con le altre (il che dimostrerebbe che la religione, in realtà, sarebbe una psicopatologia, ma non voglio divagare), avere sotto gli occhi tutti i giorni un simbolo di un’altra religione potrebbe essere quantomento irritante. Sarebbe come se un interista avesse tutti i giorni la maglietta di Pippo Inzaghi di fronte. Ergo, se anche non vi fossero motivazioni impellenti per non lasciare un crocifisso lì dove sta, ci possono essere ragioni per toglierlo. Non ultima la seguente: ammettiamo che si lasci il crocifisso perché simbolo di uno stile di vita e di una tradizione, più che di una religione. A questo punto, sarebbe ammissibile che una bambina portasse il burqa in aula: è uno stile di vita, è una tradizione, che ci sarebbe di male?

Quanto all’editoriale di Ferrara sul Foglio, riportato sempre da Luca Sofri, devo fare un piccolo appunto. La dicitura “One Nation Under God” nel Pledge of Allegiance recitato nelle scuole degli States non è stata certo opera dei padri fondatori: quelli erano figli dell’Illuminismo. La frase fu aggiunta negli anni ‘50, all’epoca del maccartismo, per differenziare gli Stati Uniti dall’atea e anticlericale Unione Sovietica.

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SCO

È da un po’ di tempo che mi tirava gola di raccontare le devianze del capitalismo americano e mondiale all’opera nel caso SCO vs. IBM, ma mi frenava la poca voglia di riassumere tutto; Dopo aver letto le nuove dichiarazioni di SCO depositate per la causa legale contro Big Blue, ho preso il coraggio a quattro mani (due me le sono fatte prestare), ed ecco quello che è saltato fuori. Mi scuso in anticipo per la lunghezza. DISCLAIMER: IANAL applies.

Verso la metà del 2003, la Santa Cruz Operations, già Caldera Linux, depositaria di alcune delle licenze del sistema operativo Unix (ho qui uno SCO UnixWare7 con tanto di licenza personal, se a qualcuno interessa), e da tempo in passivo, decide, nlla persona del CEO Darl McBride, di intentare una causa legale nei confronti di IBM per un miliardo di dollari; le motivazioni per la causa sono le seguenti: secondo SCO, la IBM avrebbe infranto alcuni dei copyright di Unix di proprietà di SCO, inserendo frammenti di codice nel kernel di Linux. La motivazione reale, secondo i ben informati era, in realtà, farsi acquisire da IBM, in modo da garantire la buonuscita del top-management (e la conseguente inculata a base di sabbia e schegge di vetro per gli azionisti). In seguito, SCO alza la posta, e in meno di tre mesi piazza queste “bombe”:

  1. chiede tre miliardi di dollari (in banconote di piccolo taglio e serie non consecutive, immagino) per il copyright infrigiment di IBM;
  2. dichiara che, poiché IBM avrebbe rubato del codice di Unix, la licenza di AIX (lo Unix di SCO) concessale è da considerarsi nulla
  3. dichiara che, poiché Linux è un clone di Unix, e poiché ci sarebbero dei frammenti di Unix al suo interno, in realtà Linux sarebbe di proprietà della SCO, che quindi ne otterrebbe tutti i diritti
  4. conseguentemente, minaccia, con lettere e dichiarazioni a mezzo stampa, le 1500 maggiori aziende americane, richiedendo loro di non usare Linux perché di dubbia provenienza, e di usare AIX al suo posto;
  5. ciononostante, la SCO non permette la visione del codice “copiato”, se non dietro la firma di un contratto di non-divulgazione (NDA), a cui, però, nessuno può accedere;
  6. dichiara che la GNU General Public License sarebbe da ritenersi nulla, poiché non enforceable (non saprei come tradurre il termine, se non con la perifrasi “non è possibile far valere i diritti in essa esplicitati”);
  7. non solo la GPL non sarebbe valida: essa sarebbe anche contraria allo spirito e alle leggi americane (nonché provoca il cancro, il riscaldamento globable, i brufoli e fa ingrassare).

Il che dimostra che, nonostante alla SCO nessuno produca più nulla da tempo, l’ufficio legale si guadagna i propri soldi.

Nel frattempo, ecco quello che è successo:

  1. IBM ha rifiutato di patteggiare con la SCO (by now), e ha intentato una contro-causa per patent infringiment;
  2. RedHat ha intentato una causa contro la SCO per la diffusione di notizie false;
  3. la SuSE (il più grande distributore di Linux in Europa) ha ottenuto da un giudice tedesco l’immediata cessazione della campagna di propaganda della SCO in Germania;
  4. non appena la SCO ha mostrato due piccoli frammenti del codice “rubato”, è stata esposta al pubblico ludibrio, poiché SCO non poteva vantare alcun diritto su quei frammenti (il primo era stato rilasciato come pubblico dominio fin dagli anni ‘60, il secondo era stato messo sotto licenza BSD dalla stessa SCO anni prima);
  5. le azioni della SCO sono improvvisamente cresciute del 30% da quando questa storia è iniziata; contemporaneamente, il top-management si sta disfando di consistenti pacchetti azionari (Enron anyone?).
  6. alla Microsoft, bontà loro, è passato per la mente proprio ora di prendere una licenza Unix dalla SCO, non si è ben capito per farne cosa.

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Stamattina, però, ho letto qualcosa che mi ha fatto sbellicare dalle risate.

In soldoni, la SCO ha risposto alla IBM con le seguenti affermazioni:

VI. The General Public License (’GPL’) is unenforceable, void and/or voidable, and IBM’s claims based thereon, or related thereto, are barred.
VII. The GPL is selectively enforced by the Free Software Foundation such that enforcement of the GPL by IBM or others is waived, estopped or otherwise barred as a matter of equity.
VIII. The GPL violates the U.S. Constitution, together with copyright, antitrust and export control laws, and IBM’s claims based thereon, or related thereto, are barred.

Ovvero che, essendo la GPL una licenza che viola la costituzione americana (e opera dei terroristi di al Quaeda, si sono dimenticati di aggiungere), la IBM non ha diritto di protestare. Inutile dire che, poiché la GPL si basa sui principi del copyright per restringere in maniera molto precisa le libertà dei contraenti la licenza, se fosse dichiarata anti-costituzionale, tre quarti del sistema dei diritti d’autore statunitensi cadrebbe con lei, ma transeat

Quello che conta è che al dipartimento legale della SCO pare sia sfuggito un lievissimo dettaglio: se la GPL non fosse valida, le tonnellate di codice sotto quella licenza non diventerebbero di pubblico dominio (sarebbe illegale), ma passerebbero sotto il diretto controllo del relativo copyright holder, ovvero dell’autore (è ovvio: niente licenza di distribuzione, niente distribuzione), il quale potrebbe utilizzare una licenza differente, e nessuno potrebbe utilizzare quel codice nel frattempo. Nello stesso documento di risposta (legalmente vincolante) all’IBM, però, la SCO ammette di aver distribuito Linux e altro software sotto licenza GPL. Ora, se sapevano che la GPL non era una licenza valida (e loro dicono di averlo saputo), hanno scientemente e per profitto distribuito dei prodotti senza esserne i proprietari né i licenziatari, commettendo un reato punibile, negli Stati Uniti, con un massimo di tre anni di reclusione e con una multa di 150.000$ per ogni copia illegalmente venduta.

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Se mai si andrà in tribunale, quindi, ci si troverà dinanzi ad un test per la General Public License della Free Software Foundation di Richard Stallman, ma, in ogni caso, la vittoria sarà della FSF: se vincesse la IBM, la GPL ne uscirebbe rafforzata, e nessuno oserebbe metterla in discussione o violarla; se vincesse la SCO, al contrario, quest’ultima finirebbe i tre miliardi chiesti alla IBM in meno di un tick del clock del processore, e la FSF farebbe uscire la GPLv3, ancora più restrittiva, senza che i programmatori di software OpenSource ne abbiano minimamente a soffrire.

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Radio ga-ga

Non ascolto spesso la radio. Lo stereo che abbiamo preso, addirittura, non ce l’ha (come non ha il deck per le cassette audio, mentre ha il piatto per il vinile, giusto perché non mi si accusi d’essere un tecno-feticista). Le poche volte che l’accendo, è per ascoltare le trasmissioni della Gialappa’s (europei, mondiali, sanremi), e comunque non per ascoltare musica, dato che prescindere dai gusti di un altro (che di solito trancia brutalmente la canzone a circa tre quarti, magari quando parte il finale che ti fa morire di libidine violenta, e tu rimani lì come un pistola a cantare a squarciagola) non mi “attizza”.

Tuttavia, alla mattina, quando giungo al luogo dove verso lacrime e sangue (non è vero, ma concedetemi il pathos un tanto al chilo), alle volte accendo l’autoradio senza metterci un cd, e tento di trovare una stazione decente. Ho scritto “tento” perché, 99 volte su 100, non ci si riesce. La mattina alle sette, le trasmissioni che si spandono nell’etere, o sparano musica da discoteca, oppure si lanciano nella maledetta abitudine di fare scherzi telefonici. Ora, non so voi, ma io al lunedì mattina, alle sette, ho una carica di incazzosità che arriva a fondo scala sul rilevatore logaritmico. Specie se devo affrontare il traffico delle sette del lunedì mattina, composto da persone che proprio allegre non sono, e tentano in ogni modo di farsi rifare le fiancate della proprie automobili, o di rifarla alla vostra (come se servissero loro: ci pensa già mio fratello).

E questi DJ… Questi stronzi, diciamocelo… ti fanno degli scherzi al telefono?

Senza contare che chiamano pure a casa! Se mi chiamassero a casa alle sette e venti, come minimo mi verrebbe un infarto. Il fatto poi di essere per radio impedisce alle povere vittime di smoccolare e di mandare questi cialtroni dove meritano; perché, seppur ancora assonnati, ci si rende conto di essere ascoltati da molta gente, spesso da persone conosciute, e quindi si tenta di abbozzare per non far brutta figura, per non essere “quello che se la prende se gli fanno uno scherzo”. Salvo poi insultare tutti quanti una volta appoggiata la cornetta del telefono.

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Momenti consumistici

C’è chi dice che questa nostra società sia ormai irreversibilmente consumistica, e che questo si rifletta nel nostro quotidiano quando compriamo qualcosa per stare meglio. Alle volte è vero, e alle volte è addirittura una forma psicopatologica, ma ci sono cose che devono essere comprate, per il semplice fatto che la vita diventa più ricca (la vita, non il conto corrente, ahimé) per il fatto di possederle.

Tutte queste seghe mentali sono state scatenate dall’acquisto da parte mia, in fumetteria, di due delle serie che hanno cambiato il panorama fumettistico mondiale: la prima è Watchmen di Alan Moore, mentre la seconda è The Authority, di Warren Ellis. Se non siete appassionati di comics, dovete prendere la prima e cambierete idea. Se siete appassionati, non ho bisogno nemmeno di dirvelo, dato che l’avrete già.

Watchmen, scritto nel 1985, è uno dei due capolavori di Alan Moore (l’altro è V for Vendetta, che consiglio spassionatamente). Alan Moore è anche l’autore di From Hell e di The League of the Extraordinary Gentlemen, da cui sono state tratte due (alquanto infedeli) trasposizioni cinematografiche. Alan Moore è anche la persona che, con il suo lavoro visionario, ha contribuito a rivoluzionare l’intero sistema supereroistico: si può parlare del concetto di supereroe prima di Watchmen e dopo Watchmen. Spiegarvi cosa sia Watchmen è quasi impossibile: va letto, come va letto il Romeo And Juliet di Shakespeare, o La Divina Commedia di Dante, come The Lord of the Rings di Tolkien, come l’Ulysess di Joyce; non ho usato similitudini letterarie a caso: il fumetto in questione è un’opera letteraria altissima (i francesi lo sanno, infatti hanno le sezioni per i fumetti nelle loro biblioteche, e i corsi di laurea in letteratura tengono in altissimo conto del mondo delle “nuvole parlanti”, mica come qui in Italia dove i fumetti sono considerati roba da bambini o spazzatura, mentre vaccate come quella di Melissa P. sono salutati come capolavori).

The Authority, iniziato nel 1999, è una serie supereroistica che viene pubblicata a tutt’oggi in Italia sulla testata Wildstorm (della DC); è figlia di questo nuovo approccio allo storytelling supereroistico iniziato da Moore, e narra di un gruppo di superumani che combattono contro le ingiustizie; solo non lo fanno sotto la bandiera della retorica, o al soldo di una nazione (sono in stretto contatto con le Nazioni Unite), e se devono cambiare il (o un) mondo per riparare ad un torto, non esitano a farlo, anche andando contro lo status quo (che su altre testate tentano sempre di mantenere). Di The Authority ho acquistato il volume che contiene le prime due “saghe”, scritte da Ellis; subito dopo, a questo autore (di cui potete leggere anche lo stupendo Planetary) è subentrato Mark Millar (autore di Ultimate X-Men e degli Ultimates della Marvel).

Oltre a Ellis e Millar, come continuatori del lavoro di Moore, segnalo anche Grant Morrison (attualmente su New X-Men, pubblicato in Italia all’interno di Gli Incredibili X-Men), il cui talento per lo story-telling è superato solo dalla sua genialità nel creare trame intelligenti ed estremamente ben fatte. Occhio anche a Brian Bendis (attualmente, autore che sta facendo faville su Ultimate Spider-man e a breve comincerà un suo run su Ultimate X-Men al posto di Millar) e J. M. Stracynszky (si, quello di “Babylon 5“), su Spider-man; nonostante lo stile di quest’ultimo sia meno “mooriano” rispetto agli autori precedenti, il suo lavoro sulla testata dell’Amichevole Uomo Ragno di Quartiere è magistrale (come lo sono le tavole di John Romita Jr.).

Non so se si è capito, ma il consiglio è di cominciare a saccheggiare l’edicola, e poi passare in fumetteria. Magari la vostra vita sarà un po’ più consumistica, e il vostro conto in banca un po’ più povero, ma ne vale dannatamente la pena in questi casi.

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Dido, “Life for Rent”

Da circa 24 ore sono entrato nella solita fase ossessivo-compulsiva che comincia quando acquisto un nuovo CD, e che mi obbliga ad ascoltarlo anche una ventina di volte al giorno, oltre che a canticchiarne i pezzi; come al solito, la fase si normalizzerà verso una più sana media di due volte addì, ma intanto che ci sono…

Il disco in questione, come si sarà intuito, è l’ultimo di Dido (al secolo Dido Armstrong), alla sua seconda prova da solista dopo il periodo nei Faithless di suo fratello Rollo. Non ho acquistato “No Angel”, anche se ne ho sentito i singoli (oltre al puri-citato “Thank You”, campionato da Eminem per il suo “Stan”, anche “Hunter” e “Here With Me”) e li avevo trovati abbastanza carini. Dopo aver sentito “White Flag”, il primo singolo tratto da “Life for Rent”, tuttavia, mi sono deciso a dare una chance alla signorina Armstrong, e devo dire di essere completamente soddisfatto.

Musicalmente parlando, si tratta di un classico pop, dai toni leggermente più smorzati e semplici, anche se con i bassi più in rilievo del normale (opera sicuramente di Rollo); non mancano le ballate dal ritmo e dai toni più “intimi”, come “Mary’s in India”. Tuttavia, i testi dell’intero album sono quelli che mi fanno dire che “Life for Rent” è (prendendo a prestito una frase cara a Chetti) “un fottutto capolavoro”.

L’intero album, infatti, è composto da brani che descrivono l’amore nei suoi aspetti, ma dopo un primo ascolto ci si rende conto che sono tutti aspetti negativi: c’è la ragazza che non si rassegna alla fine di un amore (”White Flag”), c’è l’amore che domanda assoluta dedizione, simile a quello di una madre troppo possessiva (”Don’t Leave Home”), il rimpianto di un amore passato (”Sand in my Shoes”), quello passivo di una moglie sposata ad un uomo che non ha mai tempo da dedicarle (”Do You Have a Little Time”), quello infranto, che richiede le parole di conforto di un amico (”See the Sun”), oppure quello rubato, in maniera sottilmente sadica, ad un’altra (”Mary’s in India”), od anche quello rivolto verso se stessi, che assorbe tutta la propria vita, ma lascia fuori gli altri e anche i propri sogni (”Life for Rent”). Tutti cantati con una bellissima voce, e con passione, come se, in ogni traccia, Dido “entrasse” in altrettante vite, “vite in affitto”, pronte e quasi desiderose di essere raccontate.

Alla fine, però, come se il disco fosse un Vaso di Pandora, da cui l’amore esce nelle sue varianti tragiche o vuote, ecco che esce il vero amore, quello tra due persone imbarazzate, che cercano di dichiararsi a vicenda. Ed è giusto che sia la ghost track (indice a 07:05 minuti dell’undicesima traccia) a raccontare questo amore, e che l’amore vero non abbia un titolo, perché chiunque ci metta il proprio. Magistrale.

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Faith

no, non Emilio.

Il giovane ingegnere riporta un articolo su “1972″ che riporta un articolo di Dinesh D’Souza che riporta un frammento della Critica della Ragion Pura di Kant[1] (adoro queste catene di sant’antonio del pensiero; se trovo tempo, ne farò una disamina più approfondita prossimamente).

Nell’articolo (giusto per condensare), D’Souza prende le mosse dal pensiero kantiano per dimostrare (ahinoi) che gli atei non sono così razionali come pensano (motivo scatenante, una piccata osservazione di Dennett secondo cui un ateo sarebbe più “intelligente” di un teista); per la precisione, teisti e atei sono agli estremi dello spettro delle weltanshaung sul numinoso, quindi entrambi forzano uno scelta non basata sulla razionalità, ergo irrazionale. In pratica, se i teisti rispondono alla necessità del numinoso nella vita e nell’universo con un dio, operando un processo che va al di là della ratio, ecco che gli atei forzano lo stato opposto, non già operando una scelta razionale, ma rinnegando irrazionalmente (perché impossibilitati dalla ragione a dimostrare questo rifiuto) in toto il concetto di divinità. A sostegno della tesi, D’Souza porta il pensiero kantiano secondo cui, poiché noi percepiamo la realtà attraverso i sensi, ci può essere qualcosa che i nostri sensi non percepiscono; di qui, il numinoso, ovvero ciò che di misterioso ed inspiegabile circonda l’Uomo inteso come animale dotato di ragione e che indaga ciò che lo circonda.

Il giovane ingegnere, 1972 e il Boroggu si dicono d’accordo, ma tutti citano fonti “theologically correct”, come l’enciclica Fides et Ratio, oppure don Giussani, o financo Pascal. Tutte le fonti richiamano una necessità del numinoso come parte integrante della natura umana. Ma se anche il numinoso fosse necessario (e, da buon ateo praticante, mi piace pensare che anche la scienza sia in gran parte una ricerca del numinoso) all’uomo, perché identificarlo con una divinità? È davvero necessario operare questa identità tra “misterioso” e “deiforme”? Esempio classico: un fulmine contiene una “carica numinosa” notevole, per qualcuno che non ne conosce i meccanismi; un lampo di luce abbagliante e un frastuono che la segue. È manifestazione divina? Per gli antichi greci si. Nel XXI secolo vorrei vedere qualcuno affermarlo. Più apprendiamo qualcosa sulla realtà che ci circonda, attraverso questi nostri cinque sensi, più il numinoso si riduce a enti via via più astratti di un fulmine. In realtà, quindi, il numinoso è identificabile non come il misterioso in sé, bensì come la necessità di avere una spiegazione per il misterioso che ci circonda.

Chiarito questo punto, quindi, un ateo come si pone dinanzi al numinoso? Semplicemente, accettando il bisogno del numinoso, ma non accontentandosi di un’interpretazione fideistica, che, a questo punto, assurge a ruolo della carta “esci di prigione” del Monopoli, dato che risponde, per necessità, a tutte le domande possibili; al contrario, l’ateo guarda il numinoso come sfida alle proprie capacità razionali. L’ateo, quindi, sa di non essere perfettamente razionale; tuttavia, è proprio per ridurre l’irrazionale che affronta il numinoso. Lungi da me trarre giudizi, ma non è forse un comportamento più razionale dell’accettazione fideistica di quanto di misterioso c’è in quest’universo? Secondo il mio modestissimo parere, si. Con buona pace di Dinesh D’Souza.

[1] Sorry, non c’è permalink.

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Scenda l’oblio

Il titolo è quello di uno dei segmenti del film I Mostri, di Dino Risi, con Ugo Tognazzi e Vittorio Gassman. Scenda l’oblio è sicuramente il più feroce tra tutti i segmenti del film, perché è il più semplice, eppure il più doloroso. Mostra la sala di un cinema; stanno proiettando un film sulla Resistenza nella Seconda Guerra Mondiale. Ugo Tognazzi è uno degli spettatori: zittisce chi fa rumori, è assorto insieme alla moglie, mentre sullo schermo dei nazisti mettono al muro dei prigionieri, tra cui donne e bambini; l’esecuzione è sommaria (notevole anche il film nel film). Ad un certo punto, il personaggio interpretato daTognazzi si avvicina alla moglie, e le dice: “Ecco, vedi: il muro della villetta lo farei così. Semplice, con le tegole sopra”.

Perché questo titolo? Perché quarant’anni fa oggi, alle 22 e 39, c’è stata una strage: 2000 persone sono morte lungo il corso del Vajont. Perché sono morte? Perché la cupidigia e l’arroganza di chi ha denaro e potere non conosce limiti. Soprattutto, non conosce pena. Ciò che è ancora più tragico, è che non conosce memoria. Memoria per qualcosa che non andava fatto ma che si fece; che andava combattuto, ma che non fu sconfitto; che andava ricordato, e il cui ricordo, invece, sbiadisce anno dopo anno.

Chi si ricorda del Vajont? Se si chiede cose è successo il 9 ottobre del 1963, quanti sanno rispondere?
Io non sapevo, e nel 1996 ho visto lo spettacolo di Marco Paolini, “Vajont, 9 ottobre ‘63″, su RaiDue: uno dei rari esempi di come deve essere fatto il servizio pubblico. Quello spettacolo ancora oggi (l’ho acquistato in videocassetta, e consiglio tutti quanti di fare lo stesso) mi lascia addosso una profonda sensazione di vergogna, e di amarezza; provo vergogna per non aver saputo fino al 1996, e provo vergogna per chi non ne sa nulla ancora oggi. Ma, e soprattutto, provo vergogna per chi ha causato, tramite omissioni criminali e tramite connivenze, l’olocausto di 2000 persone.

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Massime di vita

Those who can, do.
Those who can’t, teach.
Those who can’t teach, teach IT.
– Paul Tomblin, alt.sysadmin.recovery.

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Chinese in Space

[Lo so, lo so: Mel Brooks diceva “Jews in Space” nella sua “Pazza, Pazza Storia del Mondo”]

Leggo su Le Scienze di questo mese che la Cina vuole mettere un uomo in orbita entro la fine di Ottobre (addirittura il lancio sarebbe previsto tra quattro giorni). Se così fosse, la Cina diventerebbe la terza nazione ad avere un proprio programma spaziale con uomini a bordo, oltre a Stati Uniti e Russia.

Non solo: i cinesi vorrebbero mettere in orbita una loro stazione spaziale (sul modello delle Salyut sovietiche) entro il 2010, e stanno già puntando sonde e quant’altro sulla Luna, per un’eventuale colonizzazione permanente. Subito dietro i cinesi ci sono i giapponesi e gli indiani.

Mi viene in mente il libro di Arthur C. Clarke, “2010: Odissea Due” (da cui è stato tratto un bel film di Peter Hyams, “2010: L’anno del contatto”[1]); nel libro, Stati Uniti e Unione Sovietica (era ancora il 1982) collaboravano per raggiungere Giove e la missione Discovery, ed indagare sul monolite (che si vede alla fine di 2001 di Kubrik); nel frattempo, i cinesi mettono in orbita quella che sembra una stazione spaziale, ma che si rivela un veicolo con propulsione a fusione per raggiungere Europa, dove sembra ci sia un oceano liquido sotto una crosta di ghiaccio.

Ora, chi di voi ha come l’impressione di un deja-vù, a questo punto?

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[1] niente a che spartire con “2001″, ma pur sempre un buon film, e una buona trasposizione dal testo.

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Partigianerie

Questa notte si è corso il Gran Premio del Pacifico, a Motegi, quart’ultima prova del mondiale di motociclismo. Nella MotoGP, Valentino Rossi poteva mettere le mani sul suo titolo mondiale, approfittando anche del fatto che Sete Gibernau (il suo diretto concorrente) non era in buone condizioni, sia di moto che di salute. Max Biaggi, dopo aver messo le mani sulle mappature del motore della sua Honda, infilava la pole position. Complice un “lungo” di Valentino, Biaggi vince il suo secondo GP del 2003.

Fino a qui la cronaca.

A causa del temporale di questa notte, sono andato a dormire abbastanza presto, ergo non ho visto il GP in diretta, ma solo la differita del dopopranzo. Ho potuto sentire prima, tuttavia, i commenti alla televisione, e leggere i commenti sulla “carta stampata”, e come al solito ho avvertito quella partigianeria che avvolge il pilota romano… Meglio: i piloti romani, dato che, nella Formula1, anche Fisichella è oggetto di questo sentimento partigiano. Secondo i giornalisti, infatti, Max Biaggi sarebbe un grande pilota perché, partendo per primo, arriva primo, complice un errore da parte dell’unico vero pilota nel duo formato da lui e da Rossi (al contrario, Schumacher Jr. è irriso perché riesce a vincere nello stesso identico modo); mentre Biaggi può lamentarsi di infiniti dettagli tecnici, dando la colpa a chiunque sia nel raggio di 5km dal paddock, tranne che a lui, Rossi (come lui stesso ha fatto sarcasticamente notare) deve vincere. Rossi compie un errore, fa un lungo, e finisce nono; sul traguardo, dopo una bella rimonta, è secondo. Quante volte Biaggi parte, lo superano o fa un errore (novanta su cento perché sottoposto ad un poco pressione), finisce dietro e lì rimane?

Lo stesso identico discorso è applicabile a Fisichella. La pora stella porta a termine gare incolori, navigando a metà classifica, ma lui è l’eroe dei commentatori Rai (”fantastica gara di Fisichella”, e magari è decimo, è un classico); Jarno Trulli, invece, si sbatte, ci prova, si ferma, ci riprova, e cazzo alle volte si ritira; eppure, è considerato solo quando è a lato della pista (complice, ahilui, una buona dose di sfiga, la maggior parte delle volte). Fisichella, poi, si comporta esattamente come Biaggi: dà la colpa a chiunque (alle volte a ragione, non discuto), ma mai che si addossi delle responsabilità. Tipo, non essere un così gran pilota come tentano di darci a bere.

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