On the other side of the screen, it all looks so easy

Dido, “Life for Rent”

Da circa 24 ore sono entrato nella solita fase ossessivo-compulsiva che comincia quando acquisto un nuovo CD, e che mi obbliga ad ascoltarlo anche una ventina di volte al giorno, oltre che a canticchiarne i pezzi; come al solito, la fase si normalizzerà verso una più sana media di due volte addì, ma intanto che ci sono…

Il disco in questione, come si sarà intuito, è l’ultimo di Dido (al secolo Dido Armstrong), alla sua seconda prova da solista dopo il periodo nei Faithless di suo fratello Rollo. Non ho acquistato “No Angel”, anche se ne ho sentito i singoli (oltre al puri-citato “Thank You”, campionato da Eminem per il suo “Stan”, anche “Hunter” e “Here With Me”) e li avevo trovati abbastanza carini. Dopo aver sentito “White Flag”, il primo singolo tratto da “Life for Rent”, tuttavia, mi sono deciso a dare una chance alla signorina Armstrong, e devo dire di essere completamente soddisfatto.

Musicalmente parlando, si tratta di un classico pop, dai toni leggermente più smorzati e semplici, anche se con i bassi più in rilievo del normale (opera sicuramente di Rollo); non mancano le ballate dal ritmo e dai toni più “intimi”, come “Mary’s in India”. Tuttavia, i testi dell’intero album sono quelli che mi fanno dire che “Life for Rent” è (prendendo a prestito una frase cara a Chetti) “un fottutto capolavoro”.

L’intero album, infatti, è composto da brani che descrivono l’amore nei suoi aspetti, ma dopo un primo ascolto ci si rende conto che sono tutti aspetti negativi: c’è la ragazza che non si rassegna alla fine di un amore (”White Flag”), c’è l’amore che domanda assoluta dedizione, simile a quello di una madre troppo possessiva (”Don’t Leave Home”), il rimpianto di un amore passato (”Sand in my Shoes”), quello passivo di una moglie sposata ad un uomo che non ha mai tempo da dedicarle (”Do You Have a Little Time”), quello infranto, che richiede le parole di conforto di un amico (”See the Sun”), oppure quello rubato, in maniera sottilmente sadica, ad un’altra (”Mary’s in India”), od anche quello rivolto verso se stessi, che assorbe tutta la propria vita, ma lascia fuori gli altri e anche i propri sogni (”Life for Rent”). Tutti cantati con una bellissima voce, e con passione, come se, in ogni traccia, Dido “entrasse” in altrettante vite, “vite in affitto”, pronte e quasi desiderose di essere raccontate.

Alla fine, però, come se il disco fosse un Vaso di Pandora, da cui l’amore esce nelle sue varianti tragiche o vuote, ecco che esce il vero amore, quello tra due persone imbarazzate, che cercano di dichiararsi a vicenda. Ed è giusto che sia la ghost track (indice a 07:05 minuti dell’undicesima traccia) a raccontare questo amore, e che l’amore vero non abbia un titolo, perché chiunque ci metta il proprio. Magistrale.

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