Faith
no, non Emilio.
Il giovane ingegnere riporta un articolo su “1972″ che riporta un articolo di Dinesh D’Souza che riporta un frammento della Critica della Ragion Pura di Kant[1] (adoro queste catene di sant’antonio del pensiero; se trovo tempo, ne farò una disamina più approfondita prossimamente).
Nell’articolo (giusto per condensare), D’Souza prende le mosse dal pensiero kantiano per dimostrare (ahinoi) che gli atei non sono così razionali come pensano (motivo scatenante, una piccata osservazione di Dennett secondo cui un ateo sarebbe più “intelligente” di un teista); per la precisione, teisti e atei sono agli estremi dello spettro delle weltanshaung sul numinoso, quindi entrambi forzano uno scelta non basata sulla razionalità, ergo irrazionale. In pratica, se i teisti rispondono alla necessità del numinoso nella vita e nell’universo con un dio, operando un processo che va al di là della ratio, ecco che gli atei forzano lo stato opposto, non già operando una scelta razionale, ma rinnegando irrazionalmente (perché impossibilitati dalla ragione a dimostrare questo rifiuto) in toto il concetto di divinità. A sostegno della tesi, D’Souza porta il pensiero kantiano secondo cui, poiché noi percepiamo la realtà attraverso i sensi, ci può essere qualcosa che i nostri sensi non percepiscono; di qui, il numinoso, ovvero ciò che di misterioso ed inspiegabile circonda l’Uomo inteso come animale dotato di ragione e che indaga ciò che lo circonda.
Il giovane ingegnere, 1972 e il Boroggu si dicono d’accordo, ma tutti citano fonti “theologically correct”, come l’enciclica Fides et Ratio, oppure don Giussani, o financo Pascal. Tutte le fonti richiamano una necessità del numinoso come parte integrante della natura umana. Ma se anche il numinoso fosse necessario (e, da buon ateo praticante, mi piace pensare che anche la scienza sia in gran parte una ricerca del numinoso) all’uomo, perché identificarlo con una divinità? È davvero necessario operare questa identità tra “misterioso” e “deiforme”? Esempio classico: un fulmine contiene una “carica numinosa” notevole, per qualcuno che non ne conosce i meccanismi; un lampo di luce abbagliante e un frastuono che la segue. È manifestazione divina? Per gli antichi greci si. Nel XXI secolo vorrei vedere qualcuno affermarlo. Più apprendiamo qualcosa sulla realtà che ci circonda, attraverso questi nostri cinque sensi, più il numinoso si riduce a enti via via più astratti di un fulmine. In realtà, quindi, il numinoso è identificabile non come il misterioso in sé, bensì come la necessità di avere una spiegazione per il misterioso che ci circonda.
Chiarito questo punto, quindi, un ateo come si pone dinanzi al numinoso? Semplicemente, accettando il bisogno del numinoso, ma non accontentandosi di un’interpretazione fideistica, che, a questo punto, assurge a ruolo della carta “esci di prigione” del Monopoli, dato che risponde, per necessità, a tutte le domande possibili; al contrario, l’ateo guarda il numinoso come sfida alle proprie capacità razionali. L’ateo, quindi, sa di non essere perfettamente razionale; tuttavia, è proprio per ridurre l’irrazionale che affronta il numinoso. Lungi da me trarre giudizi, ma non è forse un comportamento più razionale dell’accettazione fideistica di quanto di misterioso c’è in quest’universo? Secondo il mio modestissimo parere, si. Con buona pace di Dinesh D’Souza.
[1] Sorry, non c’è permalink.