On the other side of the screen, it all looks so easy

Archive for December, 2003

New Year’s Resolutions (part 2)

seguono…

* evitare di prendere la febbre a trentotto il 30 di dicembre, quando il giorno dopo devi cucinare per il cenone;
* ricominciare la caccia agli spoiler delle serie seguite (Smallville, a me!).

Se un bacillo pensa, in un impeto d’ardimento, di tenermi a casa il 31 sera, si sbaglia di brutto. Anche con la febbre a quaranta mi muovo.

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A Christmas Carrol

Il geniaccio in Mediaset che l’ha fatto mi dovrà spiegare, prima o poi, perché mettere Brazil di Terry Gilliam nel ciclo “Storie di Natale”, alle due del mattino, e insieme a fuffa inutile di seconda categoria?

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The West Wing (reprise)

Non fanno tempo a metterlo, ed ecco che lo tolgono. Il commento è: che palle! (e mi conterrò solo per il periodo).

Secondo la mia guida tv, la settimana prossima è previsto The West Wing, alle 1400, su rete4, ogni giorno tranne giovedì. Io incrocio l’incrociabile, poi si vedrà.

Aggiornamento: non si è visto. Porco qui e porco là.

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E fumo il mio rimpianto, e bevo la mia nostalgia

Fine d’anno, e, come al solito, tempo di stilare un breve bilancio consuntivo del 2003. Chi mi conosce, sa che odio fare classifiche: non sono un tipo da 31 Songs; odio farle perché ogni volta che stilo una lista, inevitabilmente, mi accorgo di essermi dimenticato qualcosa.
Quindi, niente classifiche, solo qualche nome.

* Dido, Who Makes You Feel - non ne hanno fatto il singolo, ma questa canzone mi terrorizza tutte le volte che l’ascolto.
* White Stripes, Seven Nation Army - tormentone garage, ma diavolo, se hanno classe…
* Darkness, I Believe in a Thing Called Love - altro tormentone, e la band sembra l’abbiano ibernata negli anni settanta per poi scongelarla adesso[1], ma è impossibile non amarli.
* Neffa, Quando Finisce Così - no, emmebi, non piace solo a te.
* Samuele Bersani, Cattiva - Bersani è sempre Bersani: un grande.
* Caparezza, Fuori dal Tunnel - regalo di Natale, ma ero già in fase ossessivo compulsiva su questa da tempo.
* Elio e le Storie Tese, Fossi Figo - senza parole; beh, a parte: “sarei il principe dell’adduttore, sarei il re dell’addominale”.
* Elisa, Broken - bellissima.
* Outkast, Hey ya - shake it like a polaroid picture.

cinque su nove, italiane. E io che pensavo d’essere anglofilo.

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[1] questa passione è un’altra dimostrazione di come io sia nato con la testa negli anni ‘70, pur essendo arrivano un anno troppo tardi per esservi nato anagraficamente.

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New Year’s Resolutions (part 1)

*. smettere di fumare.
*. perdere due chili per tornare sotto i settanta.
*. uccidere mio fratello se mi passa il raffreddore + mal di gola + tosse al 29 di dicembre.

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The Skeptical Environmentalist

Bjørn Lomborg è un ricercatore in statistica ed economia della Cambridge University, e ha pubblicato, nel 2001, un libro chiamato The Skeptical Environmentalist. In esso, l’autore prendeva qualcosa come 2900 documenti su vari tematiche ambientali, e tentava di tracciare un sommario, una fotografia dello stato del pianeta, che andasse oltre la solita litania “stiamo distruggendo il pianeta”. Il risultato furono cinquecento pagine in cui si diceva che: si, il pianeta ha subito, e sta subendo, gli effetti della presenza della nostra specie; tuttavia, la situazione non è così grigia come viene presentata. La conclusione era prettamente economicista: dato che questo è un mondo con risorse finite, forse faremmo bene ad identificare quali siano i veri problemi, e indirizzare sforzi e fondi per quelli, invece che correre come galline senza testa.

Il libro fu, ovviamente, attaccato da tutti gli ambientalisti, e difeso dalle grosse corporazioni. Ognuno vi leggeva quello che voleva leggere: i primi vedevano solo qualcuno che li attaccava, e dal quale difendersi, mentre i secondi vedevano un sostegno alla loro volontà di fare profitti.

In realtà, Lomborg commise alcuni errori di metodo, che lo portarono a decontestualizzare alcune ricerche per provare la sua tesi. Difficilmente questa sarebbe una novità, e, a mio modesto parere, il fatto che l’autore abbia incluso tutte le fonti nel suo libro, depone a favore di un’onestà intellettuale che manca a molti altri. Ciò che mi ha colpito, tuttavia, è stata la reazione scomposta e davvero ributtante di molti ambientalisti, che si sono scagliati contro la persona (con attacchi ad hominem, spesso basati sulle credenziali dell’autore), invece di invalidare le sue conclusioni, dando l’impressione di essere più una setta che un movimento con solide motivazioni alla base (motivazioni che, in alcuni casi, condivido pienamente). Un’altra reazione che mi ha davvero dato fastidio è stata quella di Scientific American (pubblicata anche in Italia da Le Scienze); nel numero di genniaio 2002 (in Italia, febbraio 2002), quattordici pagine sono state dedicate a quattro autori, che in altrettanti articoli, hanno tentato di smontare le tesi di Lomborg. Da questi quattro articoli, però, traspariva più un furore cieco contro l’autore, piuttosto che contro la sua tesi; furore che si poteva notare con basse considerazioni sulle credenziali, sulla laurea e sulle capacità di Lomborg. A Lomborg fu data anche l’opportunità di difendersi in una pagina e mezzo da quattordici pagine di accuse, e quando ha pubblicato una difesa più approfondita sul suo sito web, è stato minacciato da SciAm di azioni legali nei suo confronti per questioni di copyright (maggiori informazioni sulla querelle le potete leggere qui).

Perché ne parlo a due anni di distanza? Beh, solo ultimamente sono riuscito a recuperare il libro, e devo dire che, a parte alcuni casi di wishful thinking (come quello sulla possibile evoluzione del clima, che non tiene conto della crescita della popolazione umana), alcune delle conclusioni di Lomborg “suonano giuste”: è necessaria una maggiore obbiettività, e una seria analisi di quanto accade sul pianeta, invece di investire risorse in tutto quello che sembra essere un problema.

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In the heat of the night

Beh, heat mica tanto: la (il?) simpatica (simpatico?) desklet mi avvisa che, a Milano, al momento, ci sono sei gradi centigradi sotto, e la nebbia. Che poi è il servizio di Yahoo!, quindi st’ammeregani sapranno che roba è la nebbia? Mah…

L’orario indurrebbe ad altre azioni, che non fare un po’ di cazzeggio sul blog: vedere un film, giocare a Master of Orion II, dormire. Invece, con il ritmo circadiano ancora spanato dalla notte di Natale, mi trovo a rispondere ad articoli su Usenet, usando toni vieppiù polemici, allorché mi trovo davanti gente che “scrive” come se fosse un SMS, oppure a cui pesano troppo le chiappe per aprire un browser e controllare con Google (non avete idea della fatica fatta per scrivere “Google”, ARGH!).

Il jet-lag senza aver fatto più di cinque chilometri, penso sia un record da Guinness.

Racconto la serata? Annoiarvi per annoiarvi…

Seconda uscita con C.; ragazza stupenda: folle, colta e carina. Le tre ragioni per cui mi sono innamorato di lei; detto fra noi, ho la soglia di innamoramento molto bassa: mi innamoro di dischi, film, video, libri. Eppure, ho amato solo tre ragazze, nella mia vita. E ad una non l’ho mai detto. Questo spiega anche perché, in fatto di emozioni, ho la stessa esperienza, e la stessa espressività, di un dodicenne. Dopo aver riaccompagnato la gentile donzella a casa, raggiungo altra gentagli varia, e andiamo a bere quello che, probabilmente, è il peggior liquore mai prodotto su questo pianeta: il Napoleon. Penso lo usino per pulire le sentine delle petroliere turche e solo poi lo imbottiglino. Il che, spiegherebbe anche il prezzo (euro 1.80 a bicchiere). In seguito, come una canzone degli 883 (ma la colonna sonora della serata è stata affidata ai Beastie Boys), ci dirigiamo all’autogrill.

L’autogrill è già un posto strano, come testimoniato da personalità confusa (se splinder non facesse manutenzione alle cinque del mattino, giuro metterei il permalink; vabbé, editerò il post domani eccolo qui). Quello delle due meno un quarto è un posto ancora più strano. Mi porta alla mente i versi di La gente della notte, del Cherubini (prima maniera).

Poi, si torna a casa. Si accende il PC per copiare due CD (uno è quello di Joe Natta, che vi consiglio senza remore e senza pudore). Si visitano i blog, con la certezza quasi matematica di non dover fare refresh sulle pagine, si legge barrapunto, e si aspetta che il sonno arrivi.

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And Last But Not Least…

Buon Natale!

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At last…

At last
My Love Has Come Along
My Lonely Days Are Over
And Life is Like a Song.

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Give me wings to fly…

Riprendo il filo dopo un po’ di blogpausa

West Wing: segnalo questo bellissimo post della ragazza indecisa; sinossi e commento al pilot di The West Wing (in onda su Rete4, ognidì alle 1400 - se non l’avete ancora visto, guardatelo, è un ordine).

Left Wing: ci scrivono la mae* e l’Orfini. Basterebbe questo per metterlo tra i bookmark. Poi, scrivono bene e cose intelligenti[1], quindi merita la visita ripetuta.

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[1] non fosse che le scrivono in Flash, e quindi vogliono la morte mia o del mio modem.

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Verità universali

Microsoft Windows: made for the Internet.

The Internet: made for UNIX.

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Born in the USA

Wil si lamenta della televisione americana nel periodo natalizio. In particolare, se la prende anche con Newlyweds, su MTV (o eMpTyVee), reality-show sulla vita di due VIP-sposini novelli; dato che questo show è arrivato anche sulla nostrana MTV Italia, e ne ho visto dieci minuti, posso solo dire che Wil ha perfettamente ragione: Jessica Simpson è davvero così stupida?

Ad ogni modo, non che la nostra televisione si salvi, in questo periodo: tra la centosettesima replica di Una Poltrona per Due[1], oppure tutti quei film di infima categoria sul Natale, c’è da star male nell’accendere il televisore. Non fosse per le repliche di alcuni telefilm, come The West Wing o gli episodi inediti di Will & Grace, si potrebbe impacchettare la TV fino verso febbraio.

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[1] nulla da dire sul film, è stupendo, e mi faccio ancora grosse risate nel rivederlo… Quando voglio io, e soprattutto non a Natale.

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Section “Display”

Complice il passaggio di mio padre dall’bsoleto mondo dei CRT a quello eccitante degli LCD, sono riuscito a recuperare il suo 17″ nuovo di pacca (due mesi di vita, che ha sostituito un vecchiotto 17″ della LG che ha tirato gli ultimi verso ottobre). Nel frattempo, il mio fedele 15 pollici “liberato”, finiva come schermo di una workstation per Windows98 (fine ingloriosa per uno schermo che è passato da Windows95 a SuSE 5.2, a RedHat 6.0 e infine a Debian). Per questo, per un paio di giorni (complice anche un concerto, Will & Grace e Smallville), ho trascurato un po’ il blog[1]. Chiedo perdono.

Purtroppo, però, X sembra non gradire molto gli intervalli di frequenza di questo monitor nuovo, quindi, al momento, vi sto scrivendo da una risoluzione di 640×480 “spalmata” su 1280×1024 (ringrazio il cielo che X supporti la risoluzione virtuale). Come odio la ferramenta… A quando le interfacce dirette neurali, così da non dover perder tempo con schermi, mouse, tastiere o altro?

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[1] e non solo quello: praticamente, tre giorni senza computer; ero ai primi stadi di withdrawal syndrome. Al mio ritorno, sono stato salutato da una salva di Swen, e mi sono quasi commosso, nonostante i 10 mega di virii scaricati. Poi: 700 email da leggere (buona parte sulla linux-kernel mailing list), 4000 articoli sui gruppi Usenet che seguo e un intero week-end di blog-arretrati.

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Christmas Time

Quasi di soppiatto, senza troppo rumore, è Natale ancora[1].

Personalmente, ho iniziato a sentire la morsa del Natale circa un mese fa, per meri motivi di deadline: due concerti natalizi, il 14 e il 21, non lasciano molto spazio all’attesa. La corsa per i regali, anche se in maniera più dimessa e meno appariscente del solito, ha dato il colpo di grazia.

Da qualche anno a questa parte, attendo il Natale soprattutto perché, come tradizione vuolsi, la banda nella quale suono passa tutta la notte tra il 24 e il 25, fuori, a suonare canzoni natalizie davanti alle case dei vari bandisti. Sembra folle (e, per inciso, lo è) passare tutta la notte al gelo, ma vi assicuro che non c’è regalo migliore che passare un po’ di tempo a ridere, scherzare, e attendere la mezzanotte e oltre. La prima volta che partecipai alla Piva di Natale avevo quattordici anni: uscii di casa alle 10 di sera e rientrai alle nove del mattino del giorno seguente (dopo aver fatto “colazione” a base di cotechino con le lenticchie alle otto del mattino). Fu sicuramente una delle più belle esperienze mai fatte.

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[1] per un tempo infinitesimale, sono stato tentato di scrivere “ancore” per far tornare la rima; poi, ho deciso di non darvi questo dispiacere, perché a Natale siamo tutti più buoni. Anche me^K^Kio.

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Quando impareranno?

Mio padre ha preso il CD di Ben Harper, Diamonds on the Inside giusto un paio di giorni fa. Dato che passo circa un buon terzo delle mie giornate davanti allo schermo del mio computer, ho iniziato a rippare i CD, complice anche il disco nuovo da 80GB che mi sono regalato per Natale, per potermeli sentire senza tirare il cavo delle cuffie attraverso metà stanza[1].

Nel prendere la jewel box noto la sempre più frequente scritta “Copy Controlled”; sul retro, una scritta mi avverte che questo cd è compatibile con Windows95 e MacOS 8.6-9, e richiede (su piattaforma wintel) un PII@233 con 64MB di RAM[2]. Metto il CD nel lettore di wolverine, lancio Grip, e personalmente preferisco la dicitura dell’ultima traccia, quella della copy protecion, che qualcuno ha inviato al servizio CDDB:

LAME COPY CONTROL STUFF

Si, decisamente meglio.

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[1] si, ho delle cuffie radio, ma la qualità lascia a desiderare. Ho intenzione di comprare, se le trovo in Italia, queste.
[2] non capisco perché, dato che un lettore CD sicuramente non ha questa dotazione, né software né tantomeno hardware.

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Identified Flying Object

Secondo Wired, scienziati russi, con l’aiuto della Marina statunitense, starebbero per realizzare un UAV di circa 200 chilogrammi. Cosa c’è di strano? Beh, la forma è la non molto ortodossa “a disco volante”.

Già mi vedo tutti i teorici delle cospirazioni che saltano in piedi dicendo “ve l’avevo detto io”.

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Like to a silver bow new bent in heaven

Il palinsesto notturno viene in soccorso dell’insonnia, in senso buono, e permette a chi rimane alzato di vedere qualcosa che non sia il consorzio Nettuno, monoscopi o pubblicità zozze.

Questa notte, alle due, su Canale 5 hanno trasmesso una graziosa riduzione cinematografica di A Midsummer’s Night Dream di Shakespeare, ad opera di Michael Hoffman. Purtroppo non ho potuto sentire la versione originale[1], quindi mi devo basare sull’adattamento, anche se devo dire che è stato ben realizzato (ad esempio, Puck, il giullare e il liutenant di Oberon, è rimasto tale e non è diventato “Demone” come in alcune traduzioni italiane dell’opera teatrale). Il cast è pieno di volti noti: si va da Kevin Kline (Nick Bottom) a Michelle Pfeiffer (Titania), passando per Ruper Everett (Oberon), Calista Flockhart (Helena), Bernard Hill (Egeus) e Stanley Tucci

Particolarità della messa in scena: l’ambientazione nell’Italia del 1800 (il film è stato girato proprio in Italia).

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[1] In questi casi, mi chiedo perché diavolo non possano fare un doppio canale audio: versione originale e versione dubbed.

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Commedia dell’Arte

Repubblica.it è in sciopero, quindi uso il Corriere.

Berlusconi: Il conflitto di interessi? Un’invenzione
Certo: ormai non c’è più conflitto, c’è solo l’interesse. (grazie a Corrado per la battuta).

Dai, è chiaro: quest’uomo soffre di sindrome dissociativa. Ha dinanzi a sé un’idea della realtà, e ad essa si adegua, penso nel migliore dei modi possibili. È coerente nella sua personale visione delle cose. Peccato, però, che quanto avviene nel suo cervello non sia reale.

Nel suo mondo, c’è uno stretto tra Messina e Berlino. Nel suo mondo, Biagi è stato ammazzato per facilitare la creazione di una legge sulla flessibilità. Nel suo mondo, tutti gli italiani lo hanno eletto. E questi comunisti, questi dell’opposione (ma quale opposizione? Mica l’ha scelta lui) non hanno ancora capito che una persona malata, una persona con dei problemi, va lasciata stare, al peggio va assecondata. Fassino, Rutelli e compagnia bella, cosa vi manca per capirlo? Che dica che è stato Unto dal Signore?

Ad ogni modo, non mi sembra il caso di offendere, dandogli dello Schifani.

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Merry Christmas

Beh, a questo regalo, non posso che rispondere con questo:

Banishing Microsoft

A Guide for Linux and other GNU/Zealots
Banishing Microsoft
Necromancy for Beginners

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Time of your life

Innamorarsi, ancora una volta.

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Dimenticavo…

… oggi, dicembre 17 2003, usciva un certo film.

Certo, tranne che in Italia, dove dovremo sorbirci prima “Natale in ${SOMEPLACE}” o il “nuovo” film di Pieraccioni. Il sottoscritto, dovrebbe andare a vedere la maratona dei tre film (i primi due in versione extended) a gennaio. Poi, come ho già scritto, a novembre 2004, parte la maratona delle tre extended edition.

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La cricca

Finisce stasera (finisce ora, finiva pochi minuti fa) Dawson’s Creek, la serie adolescenziale che più di tutte ha contribuito allo sfacelo dei ragazzi dai quattordici ai diciotto anni. Le ripercussioni delle vicende dei quattro protagonisti (Jack/Audrey/Nonna/… non contano: non hanno mai contato; perfino Jen potrebbe essere esclusa, pur essendo il personaggio migliore lì dentro) si propagheranno, nell’animo dei telespettatori, per i prossimi decenni.

No, non sono entrato nel MOIGE[1]. :-)

Dawson’s Creek mi ha tenuto compagnia; sono uno di quelli che se l’è visto praticamente tutto (a parte quest’ultima season, per doveri educazional-istituzionali). Le prime stagioni sono state davvero belle, e divertenti; le ultime (ma si potrebbe partire già dalla terza inclusa) si sono avvitate su loro stesse, e il motivo per cui continuavo a guardarlo era perché mi tirava su il morale: quando mai, nella mia vita semplice, avrei potuto toccare abissi di sfiga così imponenti come quelli dei protagonisti? Nemmeno nei momenti più neri avrei potuto competere con Dawson, il cui padre muore così com’era vissuto[2], o con Joey, la cui malattia mentale finalmente si esplicita e si risolve in quest’ultimo episodio. No: Dawson’s Creek è stato un telefilm catartico, e catalitico: ha accumulato tutta la sfiga, ce l’ha mostrata, e l’ha esorcizzata davanti ai nostri occhi; come puoi non sentirti sollevato, dopo un episodio in cui Joey dice a Pacey, dopo la loro prima volta (insieme): “è stato carino”? Chiunque, anche l’Uomo Più Patetico di Questo Mondo, potrà lanciare un’occhiata di commiserazione verso Pacey.

Mi sono in parte sentito sollevato: finalmente la pianteranno di massacrarci le gonadi con questa menata indecente del triangolo che va avanti da tempo immemore. Un’altra parte di me si è commossa, in questo series finale. Non per le sorprese: quelle me le ero già ampiamente anticipate tempo fa. Mi sono commosso per la morte di Jen (come da copione). Credo che un buon 90% della mia commozione sia dovuto al fatto che mi sto trasformando in un esserino che si trova a versare una lacrimuccia ad ogni decesso telefilmico (miseria, ho pianto come una fontana per la morte del dottor Greene in ER); il restante 10% era previsto per contratto: gli sceneggiatori ci contavano, e chi sono io per deluderli?[3]

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[1] beh, armato di motosega tipo “Texas Chainsaw Massacre” potrei pure entrarci, nella sede del MOIGE.
[2] “da cazzone”.
[3] senza contare che mi fanno morire Jen, l’unico personaggio sano di mente lì dentro.

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Twenty-one Questions

Odio le domande stupide.
Anche quelle stupide-fintamente-retoriche.

Ad esempio: aprendo la porta di casa - ah, sei qui? (no, è il mio corpo astrale che ho mandato in avanscoperta, sai mai ci fossero i ladri); rispondendo al telefono fisso - sei in casa? (no, certo: sono a Milano con quaranta chilometri di prolunga… anzi, se aspetti un attimo che mi si è impigliata in un ghisa…); oppure, la peggiore di tutte: stai dormendo? (certo che no! Ho rallentato battito cardiaco e respirazione e ho iniziato una fase REM solo perché adoro farmi chiedere se sto dormendo).

Dopo questi (pochi? molti?) anni di vita universitaria, mi sono reso conto di come ogni ateneo sia, in realtà, il luogo dove le domande stupide nascono, si propagano e, sfortunatamente, non muoiono. Dato che delle domande stupide non si può fare un freddo campionario, a causa del loro numero spropositato, si può catalogare l’Autore Medio delle Domande Stupide all’Università.

Studente Richiedente-Richiedente (Studens Quaerens-Quaerens) - La tipologia classica di studente che, talvolta, fa una domanda stupida. La fa perché è stato disattento, e di solito se ne rende conto subito dopo. È riconoscibile dal fatto che prova vergogna, e si scusa per l’interruzione, per poi scappare fuori a fumare una sigaretta, anche se vi sono venti gradi sotto zero, un attacco di lupi in corso o se ci si trova al quarto piano. Anche se non fuma.

Studente Richiedente-Demente (Studens Quaerens-Demens) - Costui non fa domande stupide perché vi è portato: fa domande stupide perché non sa farne altre; ergo, ogni sua domanda sarà stupida per definizione. Sarà stupida perché la risposta era ricavabile dal contesto, da quanto detto dal professore/libro di testo esattamente venti secondi prima, oppure semplicemente tramite una lieve dose di buon senso o di logica (a piacere). Da questa premessa, si evince l’inevitabile verità: lo studens quaerens-demens è irrimediabilmente sordo, cieco e pure un po’ fesso.

Studente Richiedente-Serpente (Studens Quaerens-Stronzius) - Questo è il peggiore dei tre e, alas uno dei peggiori studentes quaerentes in circolazione. Il bastardo, infatti, fa domande di cui sa già la risposta; i motivi per cui questo povero cretino lo faccia variano: insicurezza, spocchia, stupidità conclamata, etc.. Il problema non è tanto quello: ognuno è libero di rompere le palle come e meglio crede (basta che non le rompa a me); la vera questione è che il quaerens-stronzius riesce ad arzigogolare la propria domanda (nel vano tentativo di non mostrare di sapere già la risposta) a tal punto da renderla incomprensibile e per sé e per il professore e per gli amici e per la gnocca di due file avanti su cui vuole irrimediabilmente far colpo; questo comporta, di solito, degli avvitamenti carpiati che portano lui ed il professore in una spirale che, non raramente, si conclude con la morte di uno dei due.

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Ciò che manca, in università, è un professore che, quando sente una domanda stupida, dica ad alta voce (così da venire riascoltato durante le sbobinature): “Lei ha appena chiesto una cazzata allucinante. Le lascierò cinque secondi di silenzio per capire perché. Nel caso non ci arrivasse entro questo tempo limite, a fine lezione glielo spiegherò io, ma lei è dal quel momento precettato dal afre altre domande nel mio corso”.

Oppure, ma questo penso lo farei solo io, portare un fucile a canne mozze in aula, metterlo sulla cattedra vicino ad una targhetta con su scritto, a lettere d’oro: “Questa è la risposta ad ogni vostra domanda che riterrò essere stupida. Chiedetevi se vi sentite fortunati.”

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I’ve passed the test

Finalmente ho preso, e letto Alta Fedeltà. D’un fiato. Stupendo.

Ora, so che alcuni fan di Hornby (fan? “Io lo leggevo quando nessuno sapeva manco esistesse” “Mi faceva correggere le bozze” “Io ho dato lo spunto per Barry” - insomma, cose così) mi diranno: alla buon’ora! Ce n’hai messo di tempo!.

Si, ce ne ho messo, e mi chiedo perché diavolo non l’avessi ancora letto.

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