On the other side of the screen, it all looks so easy

Archive for February, 2004

Rai Dire Sanremo

Come l’inverno-babbo, anche io seguirò il Festival della Canzone di Tony Renis con il commento dei Gialappi, come da un paio d’anni a questa parte; questo è l’unico modo (a parte la visione in compagnia) per rendere sopportabile la kermesse canora (si, lo so: potrei spegnere la tv e dedicarmi ad altro).

Ricordo ancora, due anni fa, le risate del Signor Carlo all’apparizione del figlio di Celentano.

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Learn to fly

Un’altra opera di genio da parte del Magnifico Duo di White & Disturbed: la trovate qui.

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Mozilla Firefox

Finalmente sono riuscito a provare la nuova release del browser della Mozilla.org (già “Firebird”, ora “Firefox”).

Che dire? Già Firebird mi aveva conquistato, e lo usavo come browser principale non solo su Linux, ma anche su Windows (a casa e in facoltà), ma adesso non vedo proprio alcuna ragione per usare un altro browser. Il rendering è, come sempre, ottimo (merito di Gecko[1]), e l’interfaccia davvero molto ben fatta. Ho installato subito tre espansioni: EditCSS, che permette l’editing dei fogli di stile di una pagina direttamente dal browser (un tool indispensabile, specie con i template fatti male che girano sui blog hosting come Splinder et similia); Mouse Gestures, perché non sapete cosa sia usare il mouse prima di provarle; e, infine, Tabbrowser Extensions, che davvero rendono l’utilizzo dei tab un’esperienza irripetibile.

Certo, ci sono ancora dei rough edges, ma niente di insormontabile. I risultati ottenuti in questi anni sono impressionanti. Considerando che Mozilla.org è partita “ripulendo” il codice della Netscape, per poi realizzare un’infrastruttura per la creazione di applicazioni web con interfaccia grafica e un motore di rendering ad altissimo livello, direi che c’è ancora molto da aspettarsi da questo progetto Open Source. Specie se la concorrenza di grossa taglia (leggi: Microsoft Internet Explorer) da anni “riposa sugli allori”, dopo le browser wars.

Quindi: installatelo.

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[1] peccato che quelli della Mozilla.org non siano ancora riusciti a rilasciare il GRE, ovvero il solo motore di rendering come libreria a parte, da includere in altri progetti. Al momento, qualsiasi browser utilizzi Gecko deve installare, come dipendenza, l’intero Mozilla (10 MB di download e 30 di spazio occupato).

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Avatar

Contagiato dalla mae*, ecco qui di lato il mio avatar. Reclami sulla bruttezza non saranno presi in considerazione.

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Trade of Mark

Immaginate di essere dei programmatori. Immaginate di creare un insieme di funzioni per permettere lo sviluppo di applicazioni con interfaccia grafica in grado di funzionare su diverse architetture, senza dover cambiare una riga di codice. Immaginate di chiamare questo insieme di funzioni (questa libreria, in gergo) con un nome evocativo, chessò: wxWindows.

Ora, immaginate che un’azienda molto grande, che produce un sistema operativo di nome “Windows” venga a sapere di questa vostra libreria, e vi contatti dicendovi che il nome del vostro prodotto ricorda troppo il loro, e che vi conviene cambiare nome; con gentilezza, ovviamente, ma con l’implicita conseguenza che, se non lo fate, potrebbero partire prima delle lettere di cease and desist, e poi, nell’eventualità, anche una casua legale. Immaginate che potreste fare.

Smettete di immaginare, perché è successo.

QUesto è l’ennesimo caso di abuso del sistema dei marchi registrati. L’Azienda Molto Grande (di cui non farò il nome, ma che chiameremo “AMG”), poi, si è già sentita rispondere “picche”, negli Stati Uniti, per la faccenda di Lindows, in quando un termine generico come “Finestre” non può essere fatto rispettare come marchio di fabbrica; eppure, l’AMG, sfruttando le discontinuità dei vari sistemi legali che regolano i marchi, può fare il bello e il cattivo tempo fuori dagli Stati Uniti. Ovviamente, non c’è solo l’AMG, a questo mondo. L’autore del progetto OpenSource di nome “Mobilix” (Unix on Mobile Devices - Unix su dispositivi mobili) è stato costretto a cambiare nome alla sua creatura (adesso si chiama “TuxMobil”) da parte della casa editrice di Asterix (fumetto che boicotto da allora) perché giudicato troppo simile ad un loro personaggio (evidentemente, pensano di avere diritti su tutti i nomi che finiscono per “ix”). Oppure il tizio di nome “Mike Rowe”, che, con un colpo di genio degno del Bartezzaghi, ha chiamato la sua start-up “Mike Rowe Soft”, solo per vedersi arrivare una lettera dall’AMG, a cui il nome assomiglia (giuro che vorrei conoscere chi è così stupido da confondere i due).

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Rotational Geometry

Il divertissment della settimana (a parte badgerbadgerbadgerbadgerbadger… cazzo, basta): parlare di neoconi, di blog neoconi, di travi e grattacieli vari negli occhi e di verità in tasca. Tutto sul blog del Giovane Ingegnere.

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ARGH! FERMATEMI!

Badger Badger Badger Badger Badger Badger
Badger Badger Badger Badger Badger Badger
Mushroom Mushroom
Badger Badger Badger Badger Badger Badger
Badger Badger Badger Badger Badger Badger
Mushroom Mushroom
Badger Badger Badger Badger Badger Badger
Badger Badger Badger Badger Badger Badger
Mushroom Mushroom
Badger Badger Badger Badger Badger Badger
Badger Badger Badger Badger Badger Badger
Mushroom Mushroom
Badger Badger Badger Badger Badger Badger
Badger Badger Badger Badger Badger Badger
Ah snake ah snake ah snake ouuuuhh it’s a snake

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Epifanie/1

Accadeva oggi.

Oggi ero al laboratorio di programmazione per la sicurezza (nome altisonante per un corso di C); corso, peraltro, iniziato male, con il primo esempio di programma in C (linee: quindici) in cui ho contato almeno quattro errori: uno abbastanza grave[1], uno grave[2], gli altri due di stile[3], ma transeat.

Nella fila dietro la mia, una studentessa fa, a voce medio-bassa: “ma a cosa serve la programmazione!?”. Una lacrima ha imperlato il mio occhio sinistro, la respirazione si è fatta difficoltosa, e ho avuto la netta percezione di numero tre (3) battiti mancati dal normale ritmo cardiaco (sto valutando danni permanenti all’udito, dopo che queste empie parole hanno raggiunto i miei timpani). Eppure non ho fiatato, preferendo scrollare, sconsolato, il capo. Il vicino di banco e, presumibilmente, amico della figlia di Satana (nonché esemplare abbastanza tipico di nerd, o “homo computatis sfigatus“), le ha risposto: “ma, a dire il vero questo sarebbe un corso di informatica, quindi dovresti perlomeno sapere come si programma un computer”. La piccola minus habens, non contenta di aver causato danni irreparabili agli altri frequentatori del corso, ha risposto: “non mi serve a niente, io voglio fare grafica!”.

A questo punto ho desiderato ardentemente di potermi voltare, e di dire alla demente: “allora ritirati, vai in libreria, comprati un manuale per insegnare ai macachi del borneo (quindi uno qualsiasi va bene) come usare Photoshop e/o 3D Studio Max, e levati dai coglioni, che qui stai occupando un posto e stai consumando prezioso ossigeno”.

Alle volte, mi domando come saranno i prossimi professionisti in uscita dalle facoltà di informatica. Altre volte, ho queste inquietanti rivelazioni, e mi pento di essermi fatto questa domanda.

[1] un fflush(3) sullo standard input; una chiamata del genere, secondo standard, produce un risultato indeterminato, dato che fflush(3) si usa obbligatoriamente solo su stream in output, e non in input. Errore piuttosto comune tra i programmatori inesperti che non usano spesso la console, ma grave se fatto da ben due docenti (corso in compresenza per le prime lezioni).

[2] la funzione main che dichiara un int come tipo di ritorno, ma che non ritorna (bastava un “return 0;” in coda). Se avessero usato un’opzione del compilatore, la compilazione di quell’obbrobrio di programma non sarebbe neanche andata a buon fine.

[2] un if…else su due linee, e con le parentesi attaccate alle keyword; roba da far male fisico agli occhi.

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Hasta la victoria!

Questo blog è dalla parte dei doppiatori.

Anzi, consiglio lo sciopero selvaggio ad oltranza.

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Non c’è rimedio

Se bastasse anche una sola motivazione per non tenere in considerazione quanto dice Ferrara, la si ottiene leggendo quanto scrive ogni tanto:

[G]li siamo amici [riferendosi a Berlusconi, ndr) perché ha impedito l’impresa banditesca di consegnare la democrazia italiana, dieci anni fa, a certi galantuomini in toga che avevano scambiato il dominio della legge con il loro dominio di casta.

Ognuno è intitolato ad avere le proprie opinioni, e ad esprimerle. Nello stesso modo, io sono intitolato a provare un corposo disprezzo nei confronti di chi scrive cose del genere.

Addendum: giusto perché non si dica che sono mosso da artefatto livore. Non entro nel merito delle affermazioni sull’”impresa banditesca” (anche se ce ne sarebbe da dire). Quello che mi fa orrore è la motivazione pretesa (da Ferrara) per la Discesa in Campo® di Berlusconi, fatta (sempre secondo Ferrara) per amor di patria. Ora, dato che Berlusconi ha dimostrato varie volte di non sapere dove stia di casa questo amor di patria, l’altra possibilità per il suo ingresso in politica potrebbero essere i vari processi che lo vedevano (e vedono) imputato. Capisco che chiamare l’impresa “Forza Italia” sia sicuramente di maggior impatto di “Partito per salvare il cul^H^Hcollo a Berlusconi”, ma tant’é. Ovviamente, a Ferrara, co-creatore di Forza Italia, e eminente membro (no pun intended) del think-tank reo del pensiero berlusconide, fa comodo pensare e diffondere il Verbo secondo cui il nostro presidente del consiglio avrebbe fatto tutto quanto per puro spirito altruistico, ma un po’ di onestà intellettuale farebbe comodo, alle volte.

Il Foglio, via Wittgenstein.

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Neve!

Questa mattina mi sono alzato, ho guardato fuori dalla finestra, e stava nevicando. Ho agguantato la mia fedele Canon PowerShot A10 con il display LCD rotto (dopo 5 centimetri di caduta, ad opera di mia madre), e ancora in pigiama sono uscito al volo. La neve era ancora poca, ma si stava acculumando, anche sulle strade. Ho scattato qualche foto, anche perché ormai è raro che, nella desolata landa dove vivo, nevichi per più di un paio d’ore.

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Blogcena del 20040129

Dopo tre settimane, (con colpevole ritardo) ecco a voi le foto della blogcena.

Sono stato indeciso se metterle direttamente all’interno di un’entry nel blog, ma poi avrei dovuto passare un’altra settimana a scalare le foto per evitare apocalissi nel layout della pagina. Allora ho deciso di far fare questo lavoro ad un programma.

DISCLAIMER: ogni reclamo per la bruttezza delle foto e per l’incapacità del fotografo saranno ignorati con una grassa et sonora risata.

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Domande retoriche

Lo so che il mondo sarebbe un po’ più grigio.
Lo so che toglierebbe parte del divertimento.

Ma le donne non potrebbero avere in allegato il manuale come accade per noi uomini?

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Sdoganamento

Avevo pronto questo pezzo già da un paio di giorni, ma il Neri me l’ha bruciato, dannazione.

Scena iniziale. Donna, Uomo, Bambino. A tavola, mangiano qualcosa che potrebbe essere classificato come pasta al sugo. La prima, e più semplice, associazione mentale ci dice che lei è la madre, lui il padre, e il bimbo è il figlio. Per quanto giovani, l’associazione è intuitivamente plausibile; ma, poiché quello che chiamiamo intuitività è, spesso e volentieri solo abitudine mascherata, è evidente come, dopo anni di indottrinamento, siamo immediatamente portati a credere che ogni gruppo di persone a tavola, purché composto da un uomo, una donna e un numero variabile tra zero e infinito di bambini di qualunque genere, sia, in realtà, la solita famigliola felice.

Inizia il solito discorso. “Ma tu mi vuoi bene?”, dice il bimbo. Noi, scafati consumatori della comunicatio precox da trenta secondi, ci immaginiamo già il resto.
Quello che noi abbiamo individuato come il babbo, risponde: “Si, Diego”. Copione già visto.

Poi, ad un certo punto, quasi sommessamente, il bimbo aggiunge: “Anche se non sei il mio papà?”

Fermi tutti, riavvolgete i nastri.

Il bimbo ha detto davvero “anche se non sei il mio papà” oppure ho avuto uno scompenso alle orecchie? Per un secondo, ho pensato di essere finito in un Altrove assurdo, dove la pubblicità ha finalmente preso contatto con il mondo reale. Esco dalla catatonia momentanea, cerco di nuovo la pubblicità, e accade di nuovo: il bimbo ha detto davvero “anche se non sei il mio papà”. La mente si apre verso un abisso infinito di possibilità: lei, giovane vedova, consolata dal giovanotto; lui e lei che hanno adottato il bambino; lei divorziata. Beh, ad esser sinceri, ho pensato subito a “lei giovane divorziata con figlio, e lui convivente”, poi il mio cervello ha cercato rifugio nelle altre ipotesi perché, a voler esser sinceri, la pubblicità è un porto sicuro in cui nulla cambia, e i cambiamenti spaventano.

Ma, alla fine, tanto di cappello alla Knorr e alla compagnia pubblicitaria autrice dello spot (nell’attesa di sapere a chi di preciso inviare i miei ringraziamenti).

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Features

Un’abitudine tutta degli utilizzatori di sistemi operativi Unix-like è quella di creare strumenti di automazione per i lavori ripetitivi. Il fatto di avere, poi, un ambiente come la linea di comando programmabile, e molti programmi che lo usano, rende le cose abbastanza facili, sotto questo punto di vista. Ad esempio: dovendo seguire vari progetti, sono costretto a eseguire periodici controlli sui repository CVS; per questo, mi sono scritto un paio di piccoli script che lo fanno per me (a intervalli regolari, ma solo se sono già connesso ad Internet). Altro esempio: mi piace leggere le strip giornaliere di Dilbert e di User Friendly, ma non ho voglia di lanciare il browser per questo; quindi, uso un programma in Perl (dailystrips, per i curiosi) che, alle dieci di sera, mi scarica le strisce di queste due opere di genio.

Il problema, se così lo si vuole chiamare, è che questa abitudine si riflette in tutte le operazioni fatte con il computer, quando queste richiedono più di cinque tasti o di tre click di mouse. Per questo, mentre stavo scrivendo un pezzo sul mio block notes, mi sono detto: e se ci fosse un modo più semplice del lanciare un browser, autenticarmi, e scrivere un post sul blog, quale sarebbe (posto che non posso usare tool esistenti, in quanto la piattaforma su cui gira il mio blog e il mio sito è stata scritta da me)? Così, mi è venuta in mente l’idea di usare l’email. In pratica, potrei scrivere i post, mandarli ad un indirizzo email sul server, e farli convertire in automatico. Il problema è gestire un’interfaccia del genere, a eventi (arriva un’email - esegui il controllo - converti l’email in SQL), con una piattaforma (l’HTTP) che a eventi non è. In mio soccorso, verrebbe il fatto che Lycos può lanciare script PHP ad intervalli regolari.

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Stronzate come se piovesse…

Penso che, ormai, commentare quanto il premier dica durante le interviste, sia come sparare sulla Croce Rossa; specie, da questo momento fino alla fine delle elezioni europee, dato che è arcinoto come la mente del berlusconide si illumini di immenso nei periodi elettorali.

Passino le immonde idiozie sull’economia (leggete la ben più che approfondita disamina della SECca a riguardo), palese dimostrazione che questo tizio non ne capisce una benemerita della materia (dimostrazione che l’essere imprenditore (sic) non è in alcun modo garanzia d’essere un buon governante). Però, il capo del governo non può - e, ripeto, non può - saltare in piedi e dire che “è moralmente autorizzata l’evasione delle tasse” se queste sono troppo alte.

Certo: Berlusconi che parla di moralità fa un certo effetto; è come quando il Papa parla del matrimonio, o come quando un single parla della famiglia, o come quando io parlo di sport: discorsi di persone che non hanno esperienza diretta con l’argomento (se non, forse, una qualche conoscenza teorica a riguardo). Il fatto, poi, che questa sia già la seconda occasione in cui Berlusconi ammetta tranquillamente l’evasione fiscale (la prima volta fu quando disse che le società off-shore fatte per pagare meno tasse sono un sacrosanto diritto degli imprenditori), getta una luce abbastanza inquietante (si, per le anime belle che ancora ci credono) sul passato (passato?) imprenditoriale del cavaliere.

Infine: che il premier si permetta di dire che Prodi dovrebbe lasciare la carica di presidente della Commissione Europea per motivi di “decenza e decoro”, suona un po’ ironico, a questo punto.

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i18n

Oggi ho avuto la brillante idea di passare dal set di caratteri ISO-8859-15 (lingue europee occidentali + carattere dell’euro) all’UTF-8. Mi aspettavo morte e distruzione, con pioggia di fiamme dal cielo, maremoti e morti che escono dalle fosse; invece, solo SLRN si è rotto, e solo in parte (non mi visualizza più le accentate), a causa delle librerie che usa, perché ancora non supportano l’UTF-8. È stato leggermente complicato convincere tutti i programmi da terminale ad usare il nuovo charset; quelli sotto interfaccia grafica, invece, non hanno avuto problemi.

Spiegazione (per chi non ha capito una cippa)
Tanto tempo fa, c’era un problemino non da poco sui computer: tradurre le lettere, i numeri e altri simboli che noi poveri umani usiamo per scrivere, in sequenze di bit. In sé non era una gran cosa: basta sapere più o meno di quanti simboli si ha bisogno, prendere una potenza di due che superi il numero trovato, et voilà: si ha il numero di bit necessari per contenere l’insieme dei simboli. Facendo un po’ di conti, si decise che 7 bit (128 simboli) bastavano e avanzavano; era nata la codifica ASCII. Beh, sette bit bastavano e avanzavano per l’alfabeto anglosassone; alfabeto che non ha accentate, né altri simboli strani. Dopo un po’, quando gli statunitensi si resero conto che c’era un mondo, oltre a loro, venne deciso di aggiungere un bit alle sequenze; un bit solo avrebbe portato il numero di simboli rappresentabili a 256. Venne deciso che questo bit sarebbe stato impostato a zero per l’alfabeto anglosassone, che aveva così 128 simboli a disposizione, e a uno per gli altri. Si, ma mica c’è un solo alfabeto, oltre a quello anglosassone; e 128 simboli non bastano per tutti gli altri alfabeti del mondo. Vennero creati, così, i set di caratteri, o charset. A questo punto, basta dire: “ogni alfabeto riempia come vuole i 128 caratteri con l’ottavo bit ‘alto’; quando dovrete comunicare, dite che charset state usando”. Così nacquero vari charset. Quello di default per l’Europa Occidentale era standardizzato come ISO-8859-1, prima dell’avvento dell’Euro; con l’aggiunta di quest’ultimo glifo (e di altri), venne cambiato in ISO-8859-15. Per permettere ai programmi di interpretare il contenuto di file trasmessi via e-mail (e, in seguito, via web) vennero inventate le MIME, che, tra le altre cose, dicono che charset codifica il gruppo di byte che compone il corpo dell’e-mail. Va da sé che se Alice, ad esempio, avesse scritto usando l’ISO-8859-15, e Bob avesse decodificato il testo usando l’US-ASCII (il set a 128 caratteri), l’informazione contenuta nelle posizioni differenti sarebbe andata persa. Purtroppo, questo sistema funzionava abbastanza bene per i caratteri occidentali. C’è un mondo, là fuori, che però non usa affatto i caratteri occidentali. Per questo, altri charset vennero inventati, ma perdevano in compatibilità. Dato che gli standard sono stati inventati per permettere al maggior numero possibile di persone di comunicare in maniera comprensibile, lo standard doveva cambiare. Di nuovo.

Venne inventato l’UTF-8, ovvero un sistema di codifica compleatemente “agnostico”: ogni glifo era codificato da una sequenza non più di otto bit, ma del doppio. A questo punto, si hanno migliaia di posizioni a disposizione, e si possono codificare tutti gli alfabeti di questo mondo. Questo, abbastanta intuitivamente, provoca dei problemi: i programmi devono “sapere” che, adesso, ogni ottetto non codifica che la metà del glifo; i font usati devono supportare questa estensione dei glifi disponibili; infine, cosa non meno importante, i programmi avrebbero dovuto supportare entrambi i “mondi” fino a che tutti quanti non fossi passati all’UTF-8. Qualcuno ha detto che la soluzione più elegante sarebbe stata insegnare l’inglese a tutti i cinesi.

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Morale: for the time being, sono tornato all’ISO-8859-15. Ad ogni modo, scriverò i passaggi per la conversione, e li metterò online: sai mai che servissero a qualcuno folle abbastanza da provarci.

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Smoke Kills

Lo dicono qui.

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È verde…

No, non è lo Spirito Trek[1]…

Degli scienziati di Minneapolis hanno realizzato un reattore che prende l’etanolo e lo trasforma in idrogeno da usare in celle a combustibile.

Ho sempre saputo che l’alcool salverà la Terra.

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[1] questa, se la capiscono in due, è grasso che cola.

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Firefox

Purtroppo non ho ancora provato la nuova release del browser di nuova generazione di Mozilla.org; quindi, non posso fare un commento come richiesto dall’inverno-babbo.

Tuttavia, da tempo uso Firebird (ovvero Firefox prima della release 0.8), ho già messo il bannerino (lo si vede sulla sinistra), e non appena entrerà in Debian Unstable, lo proverò sicuramente, e farò una recensione.

Nel frattempo, ecco qui “13 ragioni per usare Firefox e non IE“.

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Quis custodiet ipsos custodes?

C’è un interessante (sic) articolo, su DevX, da parte di un editor che non ha capito nulla dell’Open Source.

In breve, si tratta del solito argomento: “se tutti hanno il codice sorgente, c’è la possibilità che del codice di malintenzionati entri al posto sbagliato e produca danni; quindi, i governi non dovrebbero usare software libero”. Questo argomento si basa sull’assunto che, da qualche parte, qualcuno all’interno di un progetto open source, decida di inserire codice malevolo.

L’argomento, in realtà, sta in piedi come un serpente zoppo. In primis perché l’assunto è fondamentalmente errato. Chi inserisce codice “malevolo”, lo fa per tornaconto personale; un programmatore che rilascia il proprio codice in the wild si trova sotto i riflettori del resto della comunità; questo è un potente motivatore per rilasciare codice elegante e pulito. Già molti progetti non vedono la luce perché alcuni programmatori si vergognano del proprio codice, figuriamoci se mettessero del codice non propriamente “benevolo”: la loro reputazione sarebbe ridotta ad un cumulo di macerie fumanti (e per chi sviluppa codice open source, la reputazione è tutto).

L’altro motivo per cui l’argomento intero presentato da Russel Jones è basato sul nulla è che il codice è revisionato da talmente tanta gente che non fa parte del progetto, che non vi sono praticamente possibilità di inserire codice malevolo consapevolmente (lascio stare i bug o le ingenuità).

Russell Jones, poi (con tempismo inquietante) dice:

I’m not naïve enough to think that proprietary commercial operating system software doesn’t have the same sort of vulnerability, but the barriers to implementing them are much higher, because the source is better protected. I think such a scenario is far less likely than finding a group of people willing and able to create and market a malware open source distribution.

Beh, qui si tocca il fondo. Nel codice di Interbase, il database server di Borland, è stata nascosta per sei anni una backdoor. Scovata non appena il codice di interbase è stato “aperto”.

Quis custodiet ispos custodes - chi controlla i controllori? Nel caso del software open source, i controllori sono tutti quanti. Non si può dire lo stesso dei prodotto closed source.

Ma ora vediamo un po’ chi è A. Russell Jones, autore dell’articolo. Costui è anche l’autore di Mastering ASP.Net with Visual C#, Mastering ASP.Net with VB.Net e Visual Basic Developer’s Guide to Asp and IIS. Improvvisamente, si cominciano a spiegare alcune cose.

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Giorni di un futuro passato: Brain Leech

2017, febbraio - Un team di ricercatori anglo-canadese (e, indipendetemente, un team francese) mette a punto il primo sistema di lettura/scrittura dei tracciati cerebrali. Il loro lavoro, teso a sviluppare le tecniche di diagnosi delle patologie mentali, viene utilizzato su un campione di centoventitre pazienti in cura presso gli istituti psichiatrici di Toronto; tramite un complesso apparato, composto da un risuonatore quantico e un supercomputer, diviene possibile eseguire una completa mappatura dell’attività cerebrale durante lo stato di veglia del paziente, e, dopo un’accurata calibratura, è addirittura possibile visualizzare su uno schermo le immagini generate dai processi cerebrali. I risultati delle ricerche vengono pubblicati sul numero di marzo di Nature; sul numero di aprile di Scientific American, filosofi, psicologi e scrittori di fantascienza vengono intervistati sulle possibili implicazioni di quello che viene chiamato “brain leech”; famosa la dichiarazione di Bruce Sterling, che scrive: “il ‘leech’ sarà, possibilmente, l’invenzione che maggiormente avrà impatto sulla vita degli esseri umani, fin dai tempi della ruota. Fino ad ora abbiamo vissuto nella convinzione che quanto accadesse nella nostra mente fosse solamente nostro; ora, invece, anche l’ultimo baluardo della privacy è caduto.” Gli scienziati assicurano: prima che un sistema di lettura abbastanza piccolo da entrare in una sola stanza venga costruito, passeranno almeno cinquant’anni.

2017, novembre - Il “brain leech” viene usato per la prima volta per la registrazione di una fase REM di un adulto sano. Il sogno registrato dura quarantasette primi e cinque secondi (è ambientato su una barca da diporto, ed è direttamente connesso ad un ricordo di gioventù del soggetto denominato “alfa”), e occupa circa ottantacinque gigabyte di spazio fisico. Un’equipe di fisici giapponesi sostiene di aver costruito un risuonatore quantico abbastanza piccolo da entrare in una scatola delle dimensioni di un armadio, tramite l’utilizzo di nanocristalli di diamante; tuttavia, l’esistenza di un prototipo non viene confermata.

2018, gennaio - Viene dimostrata l’impossibilità di playback forzato di una registrazione di un “brain leech” sul cervello: lo stato quantico memorizzato non può più essere riprodotto a distanza di tempo né sul cervello generatore dello stato, né su un cervello bersaglio. Un team di ricerca, finanziato dall’ARPA, l’agenzia per la ricerca del dipartimento della difesa statunitense, tuttavia, sostiene che sia possibile trasmettere stati quantici tramite una connessione quantistica (usando particelle entangled), simile al procedimento di crittografia quantistica realizzato cinque anni prima.

2018, dicembre - L’FCC americano approva il primo “dispositivo di lettura e memorizzazione dello stato neurale” portatile: ha le dimensioni di una ventiquattrore, viene alimentato dalla linea di corrente casalinga, e contiene memoria di massa sufficiente per la registrazione di sette notti di sogni (il supporto per memorie removibili è acquistabile a parte); il costo è di 1984 dollari e 95 centesimi su Amazon.com. Il primo stock di diecimila pezzi viene esaurito in due ore e mezzo.

2019, maggio - Il Dipartimento di Giustizia americano, il Comitato sulla Giustizia dell’Unione Europea e le equivalenti strutture della Confederazione Africana, della Repubblica Popolare Cinese e degli altri stati mondiali, ratificano la prima legge planetaria; oggetto della legge: l’impossibilità, da parte di terzi, di registrare e/o ristramettere il prodotto della mente di un essere umano senza la previa accettazione del creatore del prodotto. In giugno, signor Stanley Harrison chiede ed ottiene un indennizzo di un miliardo e novecento milioni di dollari da parte della AOL/Time Warner (che si trova a dover chiedere l’amministrazione controllata), rea di aver usato come base per un film, un’idea del signor Harrison, avuta dallo stesso durante una sessione di registrazione di un sogno. Il giudice Morris, al momento della sentenza, dichiara: “fino ad oggi, tutti i parti della mente umana avevano un prezzo, ivi incluse le idee; da oggi, stabiliamo che le idee, pur avendo mercato, non hanno prezzo.” Alcuni commentatori sostengono che un miliardo e novecento milioni per un’idea siano, invece, una buona definizione di prezzo.

2022, febbraio - A cinque anni di distanza dall’invenzione del brain leech, un gruppo di studenti del Caltech realizza un’interfaccia uomo/macchina completamente basata sull’interazione neurale. La “WetWired Inc.”, fondata dagli studenti e finanziata dalla Apple, permette di comandare dispositivi elettronici e ottici, di accedere ad Internet e di pilotare programmi stando comodamente seduti in poltrona. Viene registrato il primo concerto per pianoforte onirico e orchestra: il pianista Stanislav Mensky sogna il concerto KV 466 di Mozart e viene accompagnato dalla Berliner Philharmoniker.

2026, luglio - Prima di sottoporsi ad un intervento al cervello, il trentatreenne italiano Marco Salieri registra quello che viene definito uno “snapshot”: un’istantanea completa dello stato neurale da svegli. L’operazione, purtroppo, non va a buon fine: il giovane muore per complicazioni durante l’intervento. Lo snapshot viene mantenuto attivo dai famigliari, ma si forma un vuoto giuridico: pur essendo morto, Salieri è ancora neurologicamente attivo; la macchina che conserva lo snapshot, infatti, è connessa ad Internet e ad una serie di apparati sensoriali che permettono l’aquisizione di nuovi dati. Marco interagisce con gli inviati del Comitato di Bioetica dell’Unione Europea, che devono stabilire lo status giuridico della nuova forma di vita. La Chiesa Cattolica romana, quella anglicana, vari imam musulmani e altre organizzazioni religiose chiedono l’immediata terminazione del supporto a quello che il Papa Pio XIV definisce “un abominio contro le leggi di Dio e dell’Uomo”. Il due novembre, giorno dei morti, un attentato di fondamentalisti cattolici del Fronte della Vera Croce fa esplodere il generatore dell’ospedale che mantiene l’immagine mentale di Marco Salieri; fortunatamente, il generatore di riserva non viene toccato, e, a parte una interruzione nel feed sensoriale di cinque secondi e tre decimi, lo snapshot rimane intatto. Il pontefice loda l’azione degli appartenenti al FVC durante l’Angelus, e chiede che tutti i veri cristiani che assistono a questo scempio dell’anima di un essere umano si rifiutino di continuare a parteciparvi.

2027, gennaio - Marco Salieri viene ufficialmente dichiarato vivo, seppure nelle stesse condizioni di un malato cronico che deve dipendere da un macchinario per sopravvivere. Viene dichiarato, inoltre, capace di intendere e di volere, e responsabile delle proprie azioni e della propria esistenza. Viene trasportato a casa dalla famiglia. Il sistema informatico che ne sostiene l’immagine neurale viene dotato di tripla ridondanza energetica, nel timore di altri attentati. Un’azienda giapponese fornisce, gratis, alla famiglia un robot antropomorfo in grado di muoversi, pilotato da un’interfaccia neurale. Marco Salieri, tramite la sua “appendice robotica” si presenta al lavoro (uno studio legale milanese) il sei febbraio successivo.

2030, marzo - Primo caso di trasmissione telepatica tra due esseri umani. Tramite una connessione diretta neurale, le due cavie dell’esperimento Adam e Bob, posti in due edifici a duemila chilometri di distanza, condividono lo stesso pensiero.

2030, maggio - Una setta che si definisce “Gli Illuminati” mette a punto un sistema di interconnessione neurale chiamato “Comunanza”; grazie ad esso, i cinquanta membri della setta, fondono i pensieri in un’unica supercoscienza collettiva, utilizzando, oltre ad una serie di leech e di sistemi connessione quantistici, anche un varietà di droghe psicotrope. Durante una serie di trance collettive, mettono a punto il funzionamento teorico di un generatore a fusione miniaturizzato, una teoria fisica in grado di legare elegantemente relatività e meccanica quantistica e un nuovo tipo di smalto per unghie a strato monomolecolare, in grado di cambiare colore in base all’umore. I risultati vengono messi liberamente a disposizione su Internet. La setta compie un suicidio di massa il quattro di giugno, anche se alcuni sostengono che tutti gli appartenenti alla setta si siano fusi i lobi dell’encefalo nel tentativo di risolvere l’Ipotesi del Continuo.

2031, novembre - Nasce “BrainNet”, un network integrato in grado di connettere i vari brain leech, siano essi fissi che portatili. Il network cresce in maniera esponenziale, anche se contemporaneamente, crescono sacche di dissenso nell’utilizzo di questo sistema. Alcuni nodi di “BrainNet” vengono fatti saltare con il plastico da parte del neonato Mind Freedom Movement. La Cina, dopo aver perso il controllo del nodo primario di BrainNet, decide di chiudere ogni accesso da e per l’interno del paese; in seguito a questo evento, una rivolta su larga scala da parte del trentatrè per cento dei cinesi con accesso a BrainNet, in sole 48 ore mette in ginocchio l’economia cinese per cinque anni. Il governo popolare, guidato da Mao Lin Tze cade sotto la pressione interna e internazionale. Il nodo primario di BrainNet viene ripristinato 72 ore dopo la sua chiusura. La Rivoluzione dei Due Giorni conterà di soli due deceduti: il tecnico ospedaliero Xing Chai So (emorragia cerebrale nel tentativo di bloccare le quattordici linee di produzione di un’industria metallurgica) e il generale, responsabile del nodo BrainNet, Lao Xi Dong (emorragia cerebrale dovuta ad un corpo estraneo in piombo entrato ad alta velocità nella testa).

2033, luglio - Viene messa a punto, da un team di duecento tra fisici e ingegneri, un apparato di lettura basato su nanomacchine iniettate direttamente alla base del cranio, sulla medulla oblungata; le nanomacchine si replicano fino a creare una rete che connette vari punti del cervello. In seguito, una piccola banda metallica, posta intorno alla testa (e scherzosamente chiamata “aureola”) legge i dati inviati dalle nanomacchine. Il tutto è alimentato dall’elettricità naturale del cervello e da un network di induzione elettromagnetica disposto a celle su tutta la superficie terrestre.

2038, 13 settembre - Il novanta per cento dell’umanità è connessa per più del novanta per cento del tempo al BrainNet. L’ormai novantenne William Gibson dichiara in un pensiero diffuso su tutta la Terra: “Ci muoviamo in un mondo nuovo. Un mondo in cui gli esseri umani così come li conosciamo stanno varcando i limiti imposti dall’io personale per fondersi in un’unica coscienza collettiva. Non c’è nulla che una tale super-intelligenza non possa fare: ogni suo desiderio è tramutabile in realtà, ogni idea realizzabile senza sforzo apparente, ogni sfida raggiungibile con la semplice applicazione. L’evoluzione biologica del genus Homo è giunta alla sua naturale conclusione: l’inviolato cammino verso la divinità.”

Quello che un tempo era l’Uomo e che adesso era l’Uno, distolse l’attenzione dal pianeta che aveva gli fatto da culla. Miliardi di coscienze fuse in una alzarono lo sguardo verso il cielo, e videro le Stelle. Un banale sforzo mentale percorse le connessioni cerebrali che, luminose, attraversavano il globo; venne trovata la risposta su come attraversare il nero vuoto intorno alla Terra, e raggiungere in breve tempo quei punti di luce lontani, e i pianeti che lì vi si trovavano. Era giunto il momento di lasciare la propria casa, e di cercare compagnia nell’Universo.

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Passion Fruit

Sia panda che inve sono rimasti colpiti dalla recensione di Zucconi su The Passion, il filmone di Mel Gibson sulla passione e morte di Cristo.

Zucconi si stupisce del fatto che la passione sia stata resa con crudezza, e, soprattutto, con un violento integralismo cristiano. Un film su uno dei capisaldi della fede cristiana, che parla di torture e di morte in croce? Che cosa si aspettava, una roba tipo “Jesus Christ Superstar”, cone Gesù e gli apostoli che ballano? I romani non ci andavano mica leggeri con le torture e con i supplizi vari.

Antisemitismo, poi, in un film di persone di religione ebraica? Ricordiamo che Gesù, ammessa e non concessa la sua esistenza come figura storica[1] è rimasto ebreo fino alla morte: sono i suoi successori che hanno inventato una nuova religione.

Il film di Gibson è, come una prova a carico, lì per un motivo: ricordarci la religione cristiana non è affatto differente da tutte le altre. Anch’essa contempla la presenza di integralismi, di fondamentalismi, e anch’essa predica la supremazia su tutti gli abitanti del pianeta. Mentre la gerarchia cattolica tenta, alle volte, di liberarsi di questa ingombrante eredità e missione, The Passion mostra inequivocabilmente come, in effetti, il conflitto sia insito nella natura stessa delle religioni; tutta la bella costruzione etica e morale, tutta la delicata logica dietro la teologia e la teosofia, servono solo a questo: dominio sull’altro.

Un tempo si facevano le crociate. Adesso si fanno i film.

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[1] No, non è appurato questo fatto. Dire che quattro testi religiosi, con differenze e rimaneggiamenti subiti in vari secoli, ne attestano l’esistenza non basta, mi spiace.

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Getting it right, saying it straight

Il segretario nazionale dell’ANM Carlo Fucci, in chiusura del congresso di questa associazione, ci va giù pesante sulla riforma del ministro Castelli (la vergogna degli ingegneri).

Da destra, arrivano le accuse di politicizzazione dell’ANM. Dall’ANM (nella persona del suo presidente), arrivano distinguo. Da sinistra, pure.

Mentre da destra mi aspettavo qualunque cosa, la reazione della sinistra mi ha decisamente stancato. Fucci non dice: “Berlusconi è il nuovo Duce”; dice qualcosa di molto più semplice, sebbene non meno preoccupante: con la riforma Castelli, il potere politico vuole mettere le mani su quello giudiziario. Né più, né meno di quanto avrebbe voluto fare il fascismo: ecco cos’è la “fascistizzazione della magistratura”. Uno sbilanciamento del potere giudiziario, ovvero di chi vigila sulla legge, verso chi le leggi le fa. Strategia ormai stra-nota del governo.

Personaggi come Schifani e Cé non hanno ritegno alcuno nell’accusare l’ANM (mentre loro possono tranquillamente dire che i magistrati sono stati peggio dei fascisti, mentre il loro padrone può dire, agli stessi magistrati, che sono dei malati di mente), ma questo era preventivato: queste macchiette, in fondo, siedono sulle loro stesse facce. La sinistra, però, continua a voler usare un fair-play che, in questi casi, non fa alcun bene né allo stato né alla magistratura. Né alla sinistra.

Aggiornamento: Fucci ha presentato le dimissioni.

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