On the other side of the screen, it all looks so easy

Controindicazioni/2

Oggi ho finito di correggere un batch di test delle Olimpiadi di Informatica (sic). A margine di quanto ho già detto, ecco delle considerazioni a riguardo di questa, a mio parere, inutile perdita di tempo (le olimpiadi nella loro interezza, non le mie correzioni, che quantomeno sono servite a farmi riflettere sullo stato dell’informatica nelle scuole del regno).

Della trentina di test che ho avuto modo di correggere (campione rappresentativo della popolazione della totalità dei test), in tutti i quesiti di programmazione sono stati bellamente ignorati, oppure sono stati svolti al più due esercizi. Se le olimpiadi volevano verificare l’insegnamento dell’informatica - intesa come teoria della programmazione degli elaboratori - allora si può tranquillamente dire che hanno completamente fallito lo scopo prefissato. Questo perché nessuno studente sa programmare in Pascal, dato che nessun professore sa programmare in Pascal.

Badate bene, ho scritto saper programmare: copiare un programma per la soluzione dei sistemi di due equazioni in due incognite non è saper programmare, è saper copiare - qualcosa di inutile, tra l’altro, perché perfino la la mia scassatissima calcolatrice permette la soluzione di sistemi fino a tre incognite (più un’altra fraccata di roba - mi chiedo se gli insegnanti di matematica abbiano mai messo le mani su una TI come questa, o questa, che a momenti ti fanno pure il caffé mentre aspetti).

Eppure, da quando è stato introdotto il PNI nei liceo di ogni tipologia, agli insegnanti di matematica è stato delegato il ruolo di insegnare a programmare queste idiozie ai poveri studenti che finiscono tra le loro grinfie. Oppure, ad insegnare loro ad utilizzare le suite di office automation (namely, Office, ovviamente) usando testi di riferimento che assomigliano in maniera vagamente inquietante a un Office XP Espresso for Dummies.

Si potrebbe sostenere che, in fondo, questi sono liceali - non serve loro sapere come scrivere un programma per la gestione delle paghette mensili usando C#, no?

Bzzzt! Wrong!

Scrivere un programma significa imparare ad usare il computer così com’era stato previsto fin dall’inizio - ovvero far eseguire al computer quello che l’utente vuole, e non quello che vuole ${SOME_SOFTWARE_COMPANY}? In fondo, che male c’è nell’insegnare a progettare, razionalizzare ed essere critici verso il proprio lavoro?

Non vorremo mica che questi ragazzi imparino a pensare per conto loro, vero?

Più mi avventuro sulle rive dell’oceano-scuola, più mi rendo conto che quanto avevo visto da studente era un nulla, rispetto all’idiozia di base. La situazione della scuola italiana non è risolvibile con riforme, riformine o quant’altro: andrebbe portata fuori e abbattuta con un colpo alla tempia.

6 Comments »

  1. carloemilio said,

    November 27, 2004 @ 14:27

    E’ curioso: la tua domanda (retorica, ma non troppo) sull’utilità di imparare a programmare, assomiglia molto alle classiche domande sull’utilità della storia, della filosofia, del latino, del greco ecc.ecc.
    La Grande Separazione (!) non è quella tra materie scientifico-tecniche e materie umanistiche, e neppure quella tra materie utili e materie inutili. La Grande Separazione è quella che divide un approccio alla realtà meramente applicativo e instupidente, da un approccio “gratuito” alle conoscenze intese prima di tutto come occasione di crescita della persona.
    E questo - tu lo scrivi molto bene - vale tanto per l’informatica (che nella mente di alcuni sembrerebbe la più applicativa e la meno speculativa delle materie), quanto per il latino (la materia inutile per definizione).

  2. restodelmondo said,

    November 28, 2004 @ 19:32

    Aggiungo: quanto per la matematica.

  3. zefram said,

    November 28, 2004 @ 20:07

    carloemilio e rdm: il problema è essenzialmente questo - mediamente, a chi insegna, non interessa minimamente quanto sta facendo. questo innesco fa si che parta una reazione a catena, tale per cui gli ex-studenti, ridotti a decerebrati, comincino a pensare: “ma ${MATERIA} non serve a una fava, quindi perché la insegnano?”. di norma, ci si salva perché, mediamente, almeno un professore a cui la propria materia interessa lo si trova; questo evita il disastro.

  4. restodelmondo said,

    November 28, 2004 @ 20:34

    “Quanto sta facendo” sta per “l’insegnamento” o “la materia insegnata”?

  5. zefram said,

    November 28, 2004 @ 20:42

    rdm: la seconda che hai detto. ovviamente, poi, se non ti frega nulla della matematica, non la saprai nemmeno insegnare bene.

  6. carloemilio said,

    November 29, 2004 @ 14:56

    Sono d’accordo con te, Zef, ma farei una piccola precisazione.
    In molti casi l’insegnante è più interessato alla sua materia di quanto non appaia dalle lezioni. Penso a una mia insegnante di lettere del triennio liceale, ad esempio, e mi ricordo una donna di grande cultura, sinceramente appassionata alle letterature italiana e straniera.
    Ciò che però impediva a questa persona appassionata di essere una prof. appassionante era una mancanza assoluta di fiducia nei mezzi portentosi di quel che insegnava.
    Lei non credeva che l’uomo potesse essere più uomo se si lasciava toccare dalla poesia, dall’arte, dal senso del bello e della storia, dai fili della logica e dai percorsi della natura, da tutto ciò che insomma ci rende un po’ meno bestie. Non credeva (più?), per spararla grossa, al potere educativo di quel che insegnava.
    Il risultato era una sorta di frigidità della passione: la sua passione era fredda, per noi studenti, non si lasciava coinvolgere e non ci coinvolgeva, restava un affare privato di quella persona che poi, incidentalmente, era anche la nostra prof.

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