On the other side of the screen, it all looks so easy

Unrecovery Chronicles #2

It ain’t always good to be a BOFH.

Mi chiedo se per le persone cosiddette normali, sia effettivamente normale trattare le cose delicate come se fossero indistruttibili. In fondo - e mi pare di esser quasi banale nello scrivere quanto segue - nessuno entra in un negozio Swarowsky con una mazzetta da cinque chilogrammi e si diverte a controllare la resistenza del cristallo, nel caso quest’ultimo venga sottoposto a stress strutturale. Né, d’altronde, sento di urologi che eseguono palpazioni con una chiave inglese del quindici nascosta dietro la schiena.

Allora, perché - perché, numi del cielo e della terra - le persone cosiddette normali trattano i floppy disk come se fossero fatti di una lega in cromo-vanadio? Perché li tengono in borse che finiranno contro qualunque oggetto con una durezza compresa tra il muro di mattoni e una pressa industriale? Perché li infilano dentro i relativi drive come se infilassero un proiettile in un obice 125/50? Voglio dire: esisterà un qualche meccanismo psicologico alla base - oppure la spiegazione è solo una colossale cospirazione atta a far impazzire chi, quei drive, li mette a posto?

Appena arrivato, vengo chiamato perché un dischetto non va. Immagino che chi faccia queste pregnanti descrizioni sia anche lo stesso che va dal medico dicendo mi fa male qualcosa - aspettandosi una risposta sensata. Mi tolgo i guanti, appoggio il mio cappotto, e mi dirigo verso il computer incriminato; la segretaria toglie il dischetto e mi dice: questo computer non legge più i dischetti. Faccio un paio di prove con floppy sani, ed elimino subito l’ipotesi del dischetto guasto: trattasi di morte del drive. Effettivamente, usare nel 2004 un residuato degli anni ‘80, che gli stessi produttori stanno rimuovendo dai nuovi computer in favore delle memorie a stato solido, mi sembra quantomeno anacronistico; per questo, molti professori fanno ricorso alle matite - come le chiamano loro (non che abbiano torto: a ben pensarci, sono riscrivibili, quindi meglio “matita USB” di “penna USB“).

Parto alla ricerca del pezzo di ricambio - che fortunosamente abbiamo in magazzino - e, armato di cacciavite, mi accingo ad eseguire un trapianto di floppy. Sulla strada, noto che una professoressa sta maneggiando un floppy senza la protezione in metallo; la guardo, e le dico: quel dischetto è andato, meglio prenderne un altro. Campanello d’allarme numero uno. Al momento, non ci faccio comunque molto caso - sarà perché sono sempre nervoso quando devo aprire un computer, data la mia notoria avversione per l’hardware. Smonto l’aggeggio, e rimonto il floppy. La piattina per i dati è una di quelle nuove, con la tacca di plastica per indicare il verso di inserimento; bene - penso - così eviterò di girare quaranta volte il cavo per trovare l’orientamento giusto. Campanello d’allarme numero due; ormai, credo di aver sviluppato il mio personalissimo “senso di ragno”.

Rimonto il tutto, e avvio. Un momento… Perché la luce del drive è rimasta accesa?

Il dannato nuovo drive ha la porta dei connettori per i dati montata al contrario - e non posso girare il dannato cavo perché la piattina ha la dannata tacca in plastica. Va bene, soluzione “sporca” (limare via la plastica in eccesso) scartata, parte la soluzione da hacker: doppio trapianto di floppy drive da un computer abbastanza vecchio da non avere né cavi né drive con la tacca per l’orientamento. Forza, questo non è un pic-nic. Vado nel dungeon dove si trovano i laboratori, e stacco il drive di una postazione - quella che, incidentalmente, monta anche Linux (Slackware qualcosa, kernel 2.2.qualcosa, usata dal professore di informatica per le esercitazioni sul web authoring - con root senza password, come da installazione della Slack; spero che un giorno o l’altro, questa fessa abitudine morderà sul sedere Volkerding). Il doppio trapianto riesce alla perfezione.

Prendo in mano il drive guasto, e il primo campanello d’allarme suona come un dannato. Okay: floppy senza protezione metallica, drive guasto. Quanto ti ci vuole, Emmanuele, per fare 1 più 1 e ottenere 10? Ravano un po’ con il cacciavite, ed estraggo la protezione di metallo di un floppy - il tutto mentre decido quali attrezzi medievali mi occorrono per instillare un po’ di delicatezza nei cul^H^Hervelli di alcuni professori.

3 Comments »

  1. farfintadiesseresani said,

    November 26, 2004 @ 07:14

    In privato voglio i nomi.

  2. carloemilio said,

    November 26, 2004 @ 20:11

    ih Ih iH IH!

  3. zefram said,

    November 26, 2004 @ 22:53

    farfi: me li ricordassi… :-)

    coi nomi ho un orribile rapporto, nel senso che mi entrano da un orecchio e mi escono dall’altro; c’è di buono che non dimentico mai una faccia.

RSS feed for comments on this post · TrackBack URI

Leave a Comment

Protected by the glaring and mighty Hash-cash.