Il figlio dell’Homo Hobbysticus, oppure “perché la genetica non è un’opinione (cazzo)”. Per riferimento, leggersi gli episodi #1 e #2.
Quando la natura chiama, anche l’homo hobbysticus tende a riprodursi. Il fatto, però, che il suo contributo alla lunga catena della vita sia, quasi invariabilmente, un altro esponente del sotto-genus degli hobbysticus, lascia intendere come la frazione del genoma che definisce questo sotto-genus sia ridondante. Come, d’altronde, sono gli attrezzi dell’homo hobbysticus.
Pensiamo, per riferimento, ai figli dei più grandi homo hobbysticus della Storia, ovvero Pinocchio e Gesù. Creati entrambi ad arte, hanno ereditato il mestiere dei padri (nel secondo caso, di tutti e due i padri). In fondo, Giuseppe costruiva case mentre Gesù ha fatto costruire addirittura cattedrali; Geppetto si costruiva un figlio con un set per lavorare il legno, mentre Pinocchio si costruiva un corpo umano con un set buone azioni.
I figli degli hobbysticus ereditano tutte le caratteristiche dei padri; ma mentre i primi sono hobbysticus dilettantis, i figli (mostrando un’interessante sottospecializzazione) tendono a diventare hobbysticus professionalis. Ovvero, sfruttano quelle caratteristiche a fini professionali e, più raramente, in ambito casalingo.
Ovviamente, non è detto che un figlio di un homo hobbyisticus diventi a sua volta un homo hobbysticus: eventi che vanno dalla mutazione in loci multipli del DNA, alla selezione artificiale degli embrioni, fino alla fecondazione eterologa non assistita (dal consorte) possono provocare la nascita di un normale homo sapiens sapiens. Né è detto che un figlio di un hobbysticus sfrutti professionalmente le proprie (dubbie) doti: se va bene, frantumerà le gonadi dei soli famigliari.
Al sottoscritto è andata male in entrambi i casi: sono un homo hobbysticus, figlio di un homo hobbysticus, e sono pure professionalis. Chiunque stia entro un raggio di due chilometri dallo scrivente, se quest’ultimo ha uno strumento di lavoro in mano, è avvisato.
Verso la metà di aprile, in uno dei laboratori di informatica di una certa scuola si verificavano periodici blocchi della rete, con periodi di downtime anche di svariate ore. Il laboratorio in questione era ancora cablato con cavi Ethernet 10base5 (i famigerati coax) invece dei più “moderni” UTP Cat. 5 (da non confondersi con il “doppino telefonico”, checché ne dica una certa professoressa della suddetta scuola). In quanto tecnico di laboratorio, e in quanto le mie gonadi erano state scassate a sufficienza da utenti che continuavano a dire “Internet non si collega” (sic) o “Internet non funziona”, avevo schedulato un periodo di fermo macchina per verificare il punto di interruzione sul cavo, da farsi subito dopo il ponte del 25 aprile. Per un’incomprensione con il fido aiutante, il fermo macchina non è stato messo nero su bianco sui fogli di prenotazione del laboratorio, e così il fermo macchina non c’è stato. A questo punto, era diventata una questione personale tra me e i cavi del laboratorio - tipico comportamento da homo hobbysticus.
Fortunatamente, il responsabile di tutta la rete della suddetta scuola (il professor V.) autorizzava, poco prima della fine di aprile, l’acquisto di uno switch e pianificava la tanto temuta escalation: via il vecchio, dentro il nuovo.
Il problema, abbastanza banale, è che il coassiale è uno e solo per tutte e quattordici le postazioni del laboratorio in questione; e il suddetto coassiale corre in una canalina dallo switch nell’”armadio” principale fino ai computer. Il doppino, invece, parte dallo switch e finisce diretto in uno e un solo computer. Ergo, nella canalina dovranno correre non uno, non due, non dieci, bensì sedici cavi (uno dall’armadio principale, quattordici postazioni e una presa “volante” per un eventuale portatile).
Questo significa, nell’ordine:
- la rimozione di tutto il coassiale
- la stesura di sedici cavi nello stesso spazio occupato precedentemente da un solo cavo
- la crimpatura di sedici cavi, da ambo i lati
- la verifica di sedici connessioni
- la sostituzione di quattro schede di rete con la sola boccola per la BNC con altrettante schede di rete aventi almeno la presa RJ-45
Ora, se far stare un fascio di cavi dentro una canalina potrebbe essere inserito di diritto nelle prossime Olimpiadi del Sadomaso, crimpare sedici cavi UTP categoria 5 da ambo i lati è una tortura squisitamente medievale, tale per cui - alla fine del lavoro - non sentirete più i polpastrelli delle appendici sanguinolente che un tempo erano le vostre dita.
Le prime quattro ore di lavoro da posatore di cavi vengono bevute senza neanche un respiro. Si arriva a tanto così dalla violazione del Principio di Pauli, rischiano di annichilire laboratorio, scuola e financo Piacenza in una pirotecnica esplosione nucleare. Eppure i cavi entrano, si mescolano, saltano corsia e vanno ritirati. La pelle delle dita si frantuma, per via di plastica assassina tagliente come lama di rasoio.
Due giorni dopo, il laboratorio veniva dichiarato di nuovo agibile, e funzionante al 100%. Con, però, la possibilità che i cavi vengano tirati da mandrie di teen-ager la cui capacità di controllo del proprio corpo non è precisamente al massimo dell’efficienza. Esattamente come prima.
Ma volete mettere?